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Il Piano Juncker: too late, too low

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Il passaggio dalla settima all’ottava legislatura europea ha portato con sé alcune novità rilevanti  che vale la pena di ricordare.


La prima novità concerne la dimensione parlamentare della procedura che ha portato all’’elezione del presidente del Presidente della Commissione e poi alla nomina di tutta la Commissione.


Contrariamente a quel che è stato affermato da autorevoli commentatori, l’’elezione di Jean-Claude Juncker e la scelta dei suoi commissari non hanno fatto compiere all’Unione europea un balzo in avanti sulla via della federazione europea e non ha nemmeno rafforzato la dimensione della democrazia sovranazionale.


La grande maggioranza dei cittadini europei era ignara della conseguenza del voto europeo sulla scelta della Commissione e probabilmente erano ignari gli stessi elettori lussemburghesi che pochi mesi prima avevano licenziato il governo a maggioranza popolare-socialista considerando il primo ministro Juncker politicamente responsabile dell’illecito comportamento dei servizi segreti del Granducato ed eleggendo al suo posto il giovane liberale Xavier Bettel.


La novità risiede nella formazione di una maggioranza – politica e non più tecnica, com’è avvenuto con Barroso – dentro il Parlamento europeo fra i popolari e i socialisti con il sostegno dei liberali sulla base di un programma negoziato da Juncker con i capi dei gruppi politici della nascente nuova maggioranza.


Che gli elementi essenziali di quel programma siano stati preliminarmente concordati da Juncker con il Consiglio europeo sulla base dell’agenda strategica proposta dal presidente uscente Van Rompuy e adottata dai capi di Stato e di governo dei 28 ha poca importanza per i tre gruppi politici del Parlamento europeo che hanno deciso di formalizzare l’esistenza di un accordo che dovrebbe essere destinato a durare per l’intera legislatura.


La maggioranza parlamentare ha già superato una prima prova difficile quando si è trattato di salvare lo stesso Juncker dall’accusa di aver facilitato l’evasione fiscale di molte imprese multinazionali che avevano trovato rifugio nel “paradiso” del Granducato. La richiesta di una commissione di inchiesta, presentata da verdi e sinistre con l’appoggio del Movimento Cinque Stelle è stata sdegnosamente respinta da popolari, socialisti e liberali che hanno deciso – manipolando il regolamento interno – di preparare con calma un rapporto di iniziativa nella speranza che lo scandalo fiscale sia presto dimenticato.


Juncker sa del resto che la politica fiscale dell’Unione europea (articoli 110-113 TFUE) è tuttora vincolata al principio del voto all’unanimità nel Consiglio con il solo voto consultivo del PE essendo stato deciso di mantenere senza modifiche gli articoli 90-93 del trattato di Amsterdam che limita l’ipotesi teorica dell’armonizzazione fiscale all’IVA, alle accise e alle altre imposte indirette con l’esclusione delle imposte dirette sulle persone fisiche e le società.


Per non incorrere in rischi imprevisti e per salvare il “paradiso” del Granducato, Juncker ha anche escluso dal programma legislativo annuale 2015 qualunque proposta tendente a cancellare esonerazioni e rimborsi fiscali e il gruppo socialista, prigioniero dell’accordo di programma, ha vergognosamente taciuto dopo aver flebilmente minacciato il presidente della Commissione di votargli la sfiducia.


La seconda novità nel passaggio da una legislatura all’altra sta nell’impegno assunto da Juncker davanti al Parlamento europeo di predisporre un piano europeo per l’occupazione, la crescita e gli investimenti.


La novità è legata a due elementi essenziali della proposta presentata dalla Commissione. Gli investimenti europei necessari per la crescita e la lotta alla disoccupazione non saranno condizionati al conseguimento del risanamento dei bilanci nell’Eurozona ma saranno erogati parallelamente ai piani di rientro nella parità dei bilanci nazionali dallo stato di disavanzo finanziario e alla riduzione dei debiti cosiddetti sovrani. I contributi degli Stati membri al piano europeo non saranno poi conteggiati fra le spese pubbliche nazionali attuando quella flessibilità nell’interpretazione del Patto di Stabilità vanamente richiesta dai governi Monti e Letta e ora ottenuta dal governo Renzi.


Qui si fermano le novità del Piano Juncker. Qualcuno ha scritto che il Piano arriva troppo tardi (“too late”) e che le risorse globali che la Commissione ha previsto di mobilitare se ci fosse il massimo impegno convergente degli Stati membri e dei privati (imprese, fondi di pensione, banche private…) pari a 315 miliardi di Euro sono troppo poche (“too low”) per garantire all’Unione la crescita necessaria.


Il Piano esclude risorse nuove sia di natura fiscale – nonostante il fatto che era stato dimostrato da più parti come sarebbe stato possibile mobilitare capitali fondati su scelte finanziarie dell’Unione* - sia attraverso prestiti e mutui erogati dalla BEI o garantiti dal bilancio UE.


Il Piano è fondato sull’incerta speranza che un esiguo capitale iniziale formato da una piccola parte di fondi  europei pari a 16 miliardi di Euro e una bassa percentuale del capitale della BEI pari a 5 miliardi possano moltiplicarsi per 15 in tre anni attraverso contributi di privati e governi nazionali.


Ci sono tuttavia due aspetti più gravi del Piano Juncker. I progetti che saranno finanziati saranno selezionati fra migliaia di opere di infrastrutture materiali che gli Stati membri non sono stati finora in grado di avviare e ciò avrà un debole effett0 sull’occupazione ma avrà un effetto nullo sulla de-industrializzazione delle nostre economie, sulla realizzazione di infrastrutture sociali materiali e immateriali e sulla sostenibilità ambientale della crescita. La “governance” del Fondo previsto dalla Commissione sarà quasi interamente nelle mani degli Stati diluendo fino ad annullare la difesa di interessi comuni europei ed esaltando la dimensione intergovernativa del Piano.


Dopo aver perso il treno della crescita immediata, il Parlamento europeo dovrebbe ora prepararsi a dare battaglia sulla revisione delle prospettive pluriennali di bilancio nel 2016.

*La tassa sulle transazioni finanzìarie, l’imposta sul CO2, una tassa sui giochi, sul tabacco e sull’alcool.

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