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La crisi italiana, il governo tedesco e l’Europa: partiti e sindacati

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Dopo più di un mese dalle elezioni del 4 marzo non sappiamo se e quando ci sarà un nuovo governo e da quali forze politiche sarà sostenuto. Nel frattempo auguriamo buona continuazione nel lavoro europeo al Governo Gentiloni per le importanti scadenze internazionali che lo attendono.

Molti citano, a sproposito, il caso della Germania dove il nuovo governo di “grande coalizione” è entrato nel pieno delle sue funzioni dopo sei mesi dalle elezioni di settembre 2017. Per sei mesi, prima fra i partiti dell’ipotetica e poi fallita coalizione “giamaica” e poi fra CDU-CSU e SPD hanno discusso molto poco di poltrone e molto di programmi essendo le poltrone e cioè i posti di ministro al servizio dei programmi e non il contrario.

Per mutuare l’espressione del Trattato di Lisbona (art. 10) la Germania è rimasto uno dei pochi paesi europei dove i partiti contribuiscono alla formazione della coscienza politica nazionale e all’espressione della volontà politica dei cittadini, cosa che purtroppo non avviene ancora a livello europeo.

A questo stato di cose ha contribuito solo in piccola parte la legge elettorale tedesca, ben diversa dalla sciagurata legge elettorale italiana, sapendo tuttavia che il sistema politico di un paese non viene forgiato dalla legge elettorale ma che c’è una dimensione societaria ben più profonda e radicata delle modalità di voto per il Parlamento.

Per ora i partiti politici italiani non discutono al loro interno e i quattro schieramenti (centrodestra, cinque stelle, centrosinistra e LEU) fra di loro di programmi, un tema del resto scarsamente e superficialmente presente in campagna elettorale, e fra i temi di programma quello meno gettonato è il rapporto fra l’Italia e l’Europa.  Con l’ eccezione delle ripetute e preoccupanti fanfaronate di Matteo Salvini e delle – istituzionalmente – inusuali affermazioni del Presidente del Parlamento europeo secondo cui solo un governo di centrodestra etero-guidato da Silvio Berlusconi può essere una garanzia di stabilità in e per l’Europa.

C’è un’altra differenza non marginale fra la Germania e l’Italia che ha un’incidenza sostanziale sulla solidità dell’economia nella prima e sulla volatilità dell’economia nella seconda. Essa riguarda il ruolo delle cosiddette parti sociali  (organizzazioni sindacali e imprenditoriali) ciascuna per sé, fra di loro e fra di loro e il governo. Pochi sanno in Italia che il cancelliere tedesco incontra tutti i lunedì mattina i rappresentanti delle parti sociali affinché l’azione del governo tenga conto (ma non si adegui necessariamente) delle posizioni delle parti sociali.

Con talune non marginali differenze la Lega da una parte e Cinque Stelle dall’altra hanno più volte manifestato la loro volontà di chiudere la porta in faccia alle parti sociali e soprattutto ai sindacati dei lavoratori ignorando o fingendo di ignorare che essi rappresentano o dovrebbero rappresentare uno degli attori indispensabili in una società moderna.

La loro posizione anti-sindacale affonda del resto le sue radici in una più ampia sottovalutazione del dialogo sociale che è facilitata o se si vuole aggravata dalle difficoltà di dialogo fra le parti sociali, un fenomeno purtroppo  presente a livello europeo dove  la volontà di dialogare di Business Europe (non a caso presieduta da Emma Marcegaglia) con la Confederazione Europea  dei sindacati è praticamente inesistente condizionando così l’efficacia del dialogo sociale fra le parti sociali e le istituzioni europee.

I sindacati italiani sono avviati verso le loro stagioni congressuali, prima la UIL e poi la CGIL e la CISL. Seppure con posizioni dialettiche su molte altre questioni, le posizioni dei sindacati italiani sull’Europa sono largamente convergenti facendone una componente determinante nel sindacalismo europeo. Mentre i sindacati si avviano ai loro congressi, il dibattito politico si accende in vista delle elezioni europee del 26  maggio 2019 concepite da molti (in Italia ma non solo in Italia) come un’altra scadenza nazionale.

La coincidenza è in qualche modo felice perché, nel silenzio assordante delle forze politiche come formatori della coscienza politica degli italiani e come espressione della volontà dei cittadini, la preparazione dei congressi sindacali potrebbe essere l’occasione per porre con forza la questione di quale Italia conviene all’Europa e quale Europa conviene all’Italia.

In questo quadro il Movimento Europeo, che terrà il suo Congresso nel prossimo autunno dopo aver “aggiustato” nella prossima assemblea del 18 aprile la sua “governance” interna con un nuovo statuto, è pronto a dare il suo contributo di riflessione e di idee a partire dal “patto per un’Europa unita, solidale e democratica”.

Pier Virgilio Dastoli 

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