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Democrazia: sovranità al popolo, certo, ma a quale popolo?

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L’Unione europea non è ancora uscita dal tunnel della crisi il cui inizio viene normalmente fissato il giorno del black Monday quando il fallimento della Banca Lehman Brothers trascinò prima le borse di quasi tutto il mondo e poi il sistema finanziario internazionale.

Per la prima volta nella sua storia, la crisi del progetto europeo potrebbe rendere reversibile il cammino dell’integrazione che non vuol passare dall’integrazione alla disintegrazione ma mettere ulteriormente in discussione i valori fondanti del progetto e l’acquis comunitario e cioè il patrimonio delle realizzazioni garantite dal metodo comunitario.

La globalizzazione e l’interdipendenza fra i sistemi economici, finanziari e sociali delle diverse aree del mondo hanno reso l’Unione europea la dimensione ottimale per garantire alle sue cittadine e ai suoi cittadini opportunità che non possono essere garantite dalle distinte dimensioni nazionali: spazio comune di libertà e giustizia, diritti dei consumatori, competitività e convergenza dei sistemi produttivi, investimenti strutturali di lunga durata, lotta al cambiamento climatico e transizione ecologica, coesione sociale e territoriale, governo dei flussi migratori, sicurezza interna ed esterna, difesa dello stato di diritto, società dell’intelligenza artificiale….

Alcune di queste opportunità si sono tradotte in politiche comuni grazie al metodo comunitario: iniziativa legislativa della Commissione, codecisione fra il Parlamento europeo e il Consiglio (con il voto a maggioranza), primato del diritto dell’Unione, ruolo delle istituzionali sovranazionali di controllo (Corte di Giustizia e Corte dei Conti), last but not least politica monetaria integrata governata dalla BCE.

Altre e più ampie opportunità sono state fissate dal Trattato (suggeriamo di rileggere attentamente l’art. 3 del Trattato sull’Unione europea e la Carta dei diritti fondamentali) ma sono rimaste allo stato virtuale perché affidate non solo alla buona volontà dei governi ma soprattutto al funzionamento degli ingranaggi intergovernativi: iniziativa dei governi, decisione all’unanimità del Consiglio europeo (o, nel caso dell’UEM, dell’Eurogruppo), primato delle sovranità nazionali, ruolo di controllo o piuttosto di interdizione di istituzioni nazionali (parlamenti nazionali o talvolta sub-nazionali, Corti costituzionali).

La crescita qualitativa e quantitativa delle materie soggette all’interdipendenza e cioè inserite nella dimensione europea non è stata accompagnata dal rafforzamento del metodo comunitario ma – con l’eccezione rilevante dei vincoli legati alla governance centralizzata dell’Eurozona (fiscal compact, six pack, two pack, trojka, semestre europeo) – dal ruolo preponderante degli ingranaggi intergovernativi e in particolar modo del Consiglio dei capi di Stato e di governo in tre configurazioni: a 28 per tutta l’Unione, a 27 dopo la domanda di recesso del Regno Unito, a 25 per i paesi aderenti al fiscal compact e a ancora a 25 per la cooperazione strutturata per la difesa e a 19 per l’Eurozona.

Si è così allargata la distanza e dunque la contraddizione fra due sistemi paralleli: quello della constituency economica e monetaria centralizzata (ma non federata) nella sua dimensione europea e quello della rete di tante constituencies politiche, tante quanti sono gli Stati nazionali. In materia economica, finanziaria, fiscale e monetaria la constituency europea ha “costituzionalizzato” la fine delle sovranità nazionale ma la dimensione europea è, di fatto, senza sovranità reale: come scrisse Barbara Spinelli (Einaudi, 2014) la sovranità europea è assente aggiungendo che “solo se l’Europa diventa lo spazio dove si organizza la politica e la discussione democratica – se diventa l’istituzione intermedia fra Stati e mondializzazione, fra cittadini e mercati anonimi – ciascuna nazione potrà ridivenire padrona di sé. Altro che Europa light, senza più regole (o meglio di regole decise dai mercati, ndr). Di un’Europa pesante c’è bisogno e di regole stringenti ma radicalmente diverse”.

Intorno al capezzale dell’Unione ammalata si affaccendano molti medici ciascuno con le proprie diagnosi sulle origini della malattia e prognosi sul suo decorso a cui si affiancano sempre più numerosi gli “angeli della morte”. Le cure somministrate finora sono servite a poco e l’Unione non è ancora uscita dal tunnel della crisi.

L’ultima équipe medica si è riunita intorno all’economista francese Thomas Piketty. La diagnosi conferma il giudizio di molti sull’assenza o sull’inadeguata presenza nell’organismo europeo di un tasso sufficiente di democrazia da cui derivano sottoinvestimenti strutturali, aggravamento delle diseguaglianze, accelerazione del riscaldamento globale e crisi nell’accoglienza di migranti e rifugiati. Se non si affronta la questione della dimensione democratica europea la prognosi fatta dalla nuova équipe medica è di un ulteriore smantellamento dell’Europa di oggi.

La via migliore sarebbe quella di una profonda trasformazione delle istituzioni e delle politiche europee che richiederebbe una revisione dei trattati attuali. Poiché questa via è lunga e non esisterebbero né la volontà politica di intraprenderla né un soggetto o più soggetti pronti a proporla a livello europeo, l’èquipe di Piketty propone una cura fondata in larga parte sugli ingranaggi nazionali: un’assemblea europea – distinta e indipendente dal Parlamento europeo – composta dall’80% di deputati designati dai parlamenti nazionali e 20% di deputati europei chiamata a decidere, di comune accordo con i ministri delle finanze dell’Eurogruppo, un bilancio annuale dell’Eurozona con un tetto del 4% del PIL dei paesi aderenti e finanziato da quattro grandi imposte europee: gli utili delle grandi imprese, una tassa sui redditi superiori a 200.000 Euro all’anno e una tassa sui patrimoni superiori a 1 milione di Euro, un’imposta sulle emissioni di anidride carbonica con un prezzo minimo di 30 Euro a tonnellata.

Assemblea europea e bilancio sarebbero inseriti in un trattato internazionale (“un trattato di democratizzazione europea”) adottato almeno dai quattro grandi paesi dell’Eurozona – Francia, Germania, Italia e Spagna – e ratificato dai parlamenti nazionali per entrare in vigore il 1° giugno 2019.

Poiché non si può sapere in anticipo quali stati adotteranno il Trattato è impossibile prevedere l’ammontare delle entrate e delle spese legate al 4% del PIL e le quattro imposte – decise al di fuori del quadro comunitario – dovrebbero essere decise e introdotte a livello nazionale per poi essere versate come contributo nazionale al bilancio dell’Eurozona (o di parte dell’Eurozona). Il Trattato precisa chi rappresenterà l’autorità legislativa (Assemblea e Eurogruppo) ma non indica come e da chi saranno gestiti (=governati) e governati gli investimenti che, legati a un bilancio a scadenza annuale, saranno privi di programmazione a medio e lungo termine.

Tornando all’obiettivo indicato più sopra da Barbara Spinelli (“uno spazio dove si organizza la politica e la discussione democratica”) è difficile immaginare che la democratizzazione proposta dall’équipe di Piketty possa risolvere miracolosamente il problema centrale dell’assenza di sovranità a livello europeo, che i partiti europei si organizzeranno per conquistare un inesistente potere politico europeo e che una tale cura possa produrre investimenti strutturali di lunga durata, ridurre e eliminare le diseguaglianze, combattere il riscaldamento globale e risolvere la crisi dell’accoglienza di migranti e rifugiati.

La volontà politica deve essere costruita intorno a una mobilitazione delle cittadine e dei cittadini europei, definendo in primo luogo il perimetro al cui interno collocare la sovranità sapendo che le nostre società richiedono sovranità multilivello a cui corrispondono differenti livelli di strutture democratiche di cui ciascuna deve essere fondate in primo luogo (ma non solo) sul suffragio universale e diretto e sul doppio principio “no taxation without representation” e “no representation without taxation”.

Le Comunità europee hanno compiuto quasi quarant’anni fa un sostanziale passo in via della definizione di un perimetro europeo al cui interno collocare una parte della sovranità con l’elezione a suffragio universale e diretto del Parlamento europeo - come cittadella della democrazia europea e spazio vitale per le (ancora embrionali) famiglie politiche europee – e l’Unione ha poi stabilito il conseguente principio dell’incompatibilità fra il mandato europeo e quello nazionale.

Privilegiando gli ingranaggi nazionali rispetto a quelli europei l’équipe di Piketty rischia di non curare la malattia e di aggravare l’insufficienza nell’organismo dell’Unione di una dose adeguata di sovranità indispensabile per rafforzarne la natura democratica.

Chiediamo all’équipe di Piketty di condividere l’appello che propone di affidare la missione di proporre una profonda trasformazione delle istituzioni e delle politiche europee al prossimo Parlamento europeo come costituente permanente (secondo la definizione di Willy Brandt) promuovendo la creazione - prima delle elezioni europee – di coalizioni di innovatori.

Poiché non siamo entomologi chiusi in laboratorio, proponiamo(ci) come candidati alle elezioni in un Parlamento costituente ciascuno in un paese diverso dal nostro affinché le coalizioni di innovatori siano realmente europee.

PIER VIRGILIO DASTOLI
13 dicembre 2018

 

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