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Un brusco risveglio

Siamo vissuti per anni nell’illusione che la guerra fosse una storia lontana che non ci riguardava. L’aggressione della Russia all’Ucraina ci ha bruscamente risvegliati in una realtà che avevamo spinto nel profondo nelle nostre coscienze per paura di doverla guardare ed essere costretti a prendere delle decisioni che ci rimandano a periodi drammatici della storia, passata e recente.

Tutti o almeno la maggior parte di noi ‘non vuole la guerra’ e sostiene la pace, così come siamo abituati a vivere grazie all’Europa da oltre 70 anni, ma la geopolitica sta parlando purtroppo linguaggi non sempre in linea con questo nostro comune sentire e ci impone una diversa reazione.

Cosa dunque dobbiamo o possiamo fare per la sicurezza dei cittadini italiani e quindi europei di fronte ad un mondo che è diventato e rischia di essere sempre più pericoloso e sicuramente complesso per noi e per i nostri figli?

Il primo dovere che abbiamo è indubbiamente sostenere un dialogo con tutti nel rispetto reciproco e nell’ottica di una collaborazione pacifica. Ma questo processo ‘culturale’ non è semplice ed immediato, e richiederà tempo senza peraltro avere la sicurezza di essere ascoltati. Inoltre, i fatti dimostrano che ciò avviene solo se le parti negoziano su uno stesso piano di ‘potenza’ economica e militare, dove spesso gli interlocutori non hanno i nostri stessi valori, con il rischio quindi di essere fagocitati da chi gioca la parte del più forte ed aggressivo.

È pertanto necessario difenderci ma non solo militarmente. La guerra ormai utilizza diversi mezzi che comunque possono avere effetti molto pesanti su un paese, come ad esempio attacchi cibernetici ed informatici, che possono mettere a rischio i servizi essenziali della vita di un paese; l’approvvigionamento di risorse strategiche quali quelle energetiche, alimentari, sanitarie che sono funzionali alla stessa vita dei popoli. La guerra si è trasformata in una sorta di conflitto ‘multilivello’, che dispiega una pluralità di mezzi allo scopo di indebolire il nemico ed avere quindi militarmente la meglio.  Ci siamo trovati di fronte alla necessità da una parte di un maggior coordinamento all’interno dell’Unione europea e dall’altra di una maggiore autonomia strategica in settori essenziali (in particolare alimentare, energetico e sanitario)

Diventa dunque importante contare su una strategia integrata di politiche e strumenti che metta l’Unione europea in grado di poter essere considerata da eventuali o futuri aggressori esterni come una forza che può e sa resistere a difesa dei propri diritti e libertà.

Questo comporta a livello europeo - sull’esempio di quanto fatto per contrastare l’emergenza COVID - un deciso cambio di atteggiamento a favore del coordinamento anche delle spese militari tra tutti gli Stati con l’obiettivo di garantire ai cittadini una protezione più integrata ed efficiente entro il 2030.

Gli Stati dell’Unione europea, infatti, spendono attualmente nella difesa circa 200 miliardi di euro, pari alla spesa militare cinese e a circa quattro volte quella russa, ma il sistema di difesa convenzionale europeo rispetto a quello russo sembra essere decisamente inferiore. La ragione dipende dal fatto che le spese sostenute sono effettuate in modo indipendente e autonomo dai vari Stati, senza una strategia comune. In questo modo si sono verificate sovrapposizioni e sprechi che hanno comportato inefficienze e non garantiscono un livello di protezione adeguato alle attuali minacce.

La “Bussola strategica europea” ha come obiettivo quello di favorire il coordinamento tra Stati in materia di difesa, attraverso un serie di azioni che si basano su quattro pilastri:

  • Un dispiegamento rapido di una forza comune pari a 5000 militari;
  • Investimenti in armamenti ed eserciti per aumentare le capacità militari;
  • Partenariati con nazioni che condividono i nostri stessi valori (USA, Norvegia, Giappone, Canada, ecc.)
  • Una maggior sicurezza attraverso un potenziamento dell’intelligence europea.

Con la Bussola strategica l’Unione europea potrà contare entro il 2025 su 5000 soldati di dispiegamento rapido, 200 esperti di politica di sicurezza e difesa comune, esercitazioni militari comuni e periodiche, una maggiore capacità di analisi ed intelligence, un pacchetto di strumenti e gruppi di risposta rapida a minacce ibride. Verrà istituita una politica europea in materia di Cyber difesa per contrastare attacchi informatici e un pacchetto di strumenti contro la manipolazione delle informazioni ed ingerenze da parte di paesi terzi. Infine, sarà studiato e previsto un rafforzamento a parte della sicurezza marittima.

La Bussola, in mancanza di una politica di difesa comune, è per ora la soluzione che rappresenta ‘il minimo fra le scelte possibili’ realizzabili con l’attuale sistema istituzionale e decisionale europeo.

Si continua a procedere per piccoli passi mentre alcuni Stati, come la Germania, stanno riarmandosi autonomamente dopo circa 70 anni.

In questo contesto, la proposta di Emmanuel Macron all’ultimo Consiglio europeo di costituire un nuovo Recovery per sostenere le spese europee di difesa dovrebbe essere sostenuta dal governo italiano. L’aumento delle spese militari per migliorare la propria difesa rappresenta però un ulteriore problema per il bilancio degli Stati già messo a dura prova dalla crisi pandemica, soprattutto di quegli Stati che come il nostro hanno un alto debito pubblico. Anche se il finanziamento di investimenti militari nazionali potrebbe nel tempo avere un effetto positivo sul PIL interno e potrebbe favorire lo sviluppo tecnologico del paese, affrontarlo in una situazione di lenta ripresa dell’economia quale quella attuale e di deciso aumento dell’inflazione a causa dell’aumento dei prezzi dei prodotti energetici e alimentari rischia di togliere risorse destinate a settori in forte crisi e creare criticità.

La proposta francese sottolinea che - come le spese per crisi sanitarie, alimentari ed energetiche - quelle per la difesa sono necessarie per il raggiungimento di obiettivi strategici comuni. Pertanto, anche in questo caso l’Unione europea dovrebbe scendere in campo non solo con la Bussola Strategica ma anche con un fondo dedicato, così come fatto con il NextgenerationEU.

Si può infatti iniziare a parlare con una sola voce a livello internazionale in modo credibile ed autorevole se si dimostra di potersi difendere contando su un sistema di difesa coordinata, grazie a risorse adeguate e comuni. In mancanza di questo, l’Unione europea rischia di non essere credibile e quindi facilmente attaccabile, in un mondo che sta diventando sempre più pericoloso.   

Anna Maria Villa

 

 

 

 

 

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Fra Confederazione continentale e Federazione europea:
il futuro delle relazioni fra mondo slavo e Unione europea dopo la guerra in Ucraina

Nella storia più recente dell’umanità ci sono stati alcuni leader che, pur essendo costretti a cedere al dominio della forza, hanno contribuito a cambiare il corso degli avvenimenti non solo per il loro paese ma per un insieme più vasto di popoli e di stati.

Fra questi leader c’è stato certamente Michail Gorbačëv che divenne segretario del PCUS dal 1985 e presidente del Soviet Supremo dal maggio 1989 e cioè cinque mesi prima della caduta del Muro di Berlino e della fine della “guerra fredda”.

In occasione delle annuali commemorazioni del 9 novembre 1989 pochi ricordano il ruolo determinante di Michail Gorbačëv nell’impedire che Berlino diventasse una nuova Budapest (1956) o una nuova Praga (1968) e che la fine della guerra fredda avrebbe potuto rappresentare il primo passo verso la costituzione della “casa comune europea” di cui parlò lo stesso Gorbačëv nel 1989 davanti al Consiglio d’Europa.

Così non è stato perché i leader europei non furono capaci di costruire al posto della cortina di ferro un solido sistema integrato per la sicurezza e la pace in Europa nel quadro della “confederazione” proposta a Praga da François Mitterrand nel 1989, che avrebbe dovuto unire le tre culture continentali: il mondo slavo, il mondo greco-romano e il mondo anglo-sassone e al cui interno avrebbe dovuto essere preservato il modello sovranazionale delle comunità europee in una prospettiva federale.

È stato così che dal dissolvimento dell’Unione sovietica è nata la Federazione russa governata dopo Michail Gorbačëv dall’autocrate Boris Eltsin e poi dal nuovo zar Vladimir Putin, che la prima vittima di questa situazione è stato il popolo russo e che i paesi dell’Europa centrale liberati dall’imperialismo sovietico hanno sviluppato nel tempo la convinzione che l’adesione alla NATO e all’Unione europea sarebbe stata lo strumento per garantire la loro sovranità nazionale.

Nonostante questa convinzione, la dissoluzione dell’Unione sovietica e la conquista o riconquista della democrazia e della libertà in Europa centrale hanno determinato il fatto storico e culturale, oltre che politico ed economico, della ricomposizione della frattura fra una buona parte del mondo slavo (Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia, Bulgaria, Slovenia, Lituania e Lettonia, Croazia) ed i mondi anglo-sassone e greco-romano con l’adesione di questi paesi all’Unione europea a cui dovrebbe seguire il futuro ingresso degli altri Stati che appartenevano alla Federazione jugoslava (Serbia, Montenegro, Bosnia Erzegovina e Macedonia del Nord).

Contrariamente alla Cina popolare, che rappresenta per l’Unione europea un “rivale sistemico”, il mondo slavo, il mondo greco-romano e il mondo anglo-sassone appartengono tutti e tre alla storia europea o per essere più precisi alla storia indoeuropea frutto di identità culturali multietniche e multireligiose che affondano le loro radici nei secoli anche se fra i tre mondi ci sono state fratture che sono state cause di guerre secolari, che hanno portato alla creazione – dopo la pace di Vestfalia nel 1648 e dal Portogallo al Mar Nero - dell’invenzione europea degli Stati-nazione con l’eccezione dell’impero austro-ungarico fino al 1918 e della “grande Russia” divenuta nel 1917 l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche e poi l’impero sovietico e che hanno comportato la soppressione di una parte delle identità delle nazioni slave.

Vale la pena di ricordare che, fra gli obiettivi dell’integrazione europea il primo è stato la promozione della pace, consacrato all’inizio dell’art. 3 del Trattato sull’Unione europea. Non a caso, nell’ottobre 2012 è stato conferito all’Unione europea il Premio Nobel per la Pace, così riconoscendo il contributo dell’Unione alla pace ed alla riconciliazione fra i popoli, grazie al quale gran parte del continente è stato trasformato da un teatro di guerre a un’area di pace. Ma tale risultato, da tutelare e preservare quotidianamente, è considerato storico alla luce del passato del nostro Continente, diviso in due principali fasi.

Nella prima, alle radici filosofiche elleniche, che influenzano tutto l’Occidente, fanno seguito la pax e il diritto romano che uniscono gli antenati di tanti fra gli attuali popoli europei, plasmandone le coscienze giuridiche. Il cristianesimo poi, che condivide radici storiche con l’ebraismo, diffonde fra gli europei e fra tante genti che arrivano sul nostro continente le medesime norme morali riconoscendo ai sovrani l’autorità civile di tradurle in leggi, insieme agli istituti romanistici. La lingua latina, con quella greca (lingua franca la prima e koiné dialektos la seconda) – senza dimenticare il protoslavo che deriva dal protoindoeuropeo, l’antenato comune di tutte le lingue indoeuropee - permette, per secoli, la comunicazione a livello delle élites politiche e intellettuali; nutrite anche dagli innesti culturali arabo-berberi e dalle loro conoscenze, specie matematiche, geometriche e mediche. Per queste ragioni l’Europa medievale, nonostante le difficoltà di comunicazione e le costanti guerre intestine, viene ricordata come un universo culturale alquanto omogeneo.

Nella seconda le rotture religiose fra le componenti cattolica, protestante e ortodossa insieme a quelle politiche, i terribili e lunghi conflitti feriscono quest’unità europea e favoriscono l’affermarsi delle nazioni, con le loro lingue, il loro credo, le loro ambizioni e aspre rivalità. Le nuove unità statali rivendicano un principio di legittimità autonomo, dando vita a nuove forme di governo e di autorità in Europa che si combattono per il predominio, durante secoli di conflitti ovunque nel mondo dove si contendono i domini coloniali. Le potenze dell’Europa divisa, alternando le alleanze e guerreggiando, puntano a conquistare il primato ciascuna per sé.

In quei tempi, l’idea dell’unificazione europea - con rare eccezioni di qualche filosofo o pensatore illuminato - era appannaggio di chi intendeva imporre la sua egemonia o il suo imperialismo sugli altri, sconfiggendoli e conquistandone i territori. Il culmine di questa disastrosa deriva plurisecolare degli Stati nazione sono state le due guerre del ventesimo secolo, definite “mondiali” per la dimensione devastatrice.

Eppure, gli stessi fermenti e le tragedie che ci hanno diviso e contrapposto hanno finito, a ben vedere, per creare un ulteriore legame perché hanno coinvolto tutte le popolazioni europee, per decine e decine di generazioni, nel medesimo turbinio. Così è stato durante la Seconda Guerra Mondiale con la resistenza combattente sotto diverse bandiere nazionali ma con unico spirito e un unico obiettivo. Ecco perché la ricerca della pace rappresenta il primo elemento distintivo dell’identità europea.

Come è avvenuto nel 1950 quando la Germania (occidentale) e la Francia hanno cancellato secoli di rivalità dopo la dissoluzione del Terzo Reich per avviare con l’integrazione comunitaria un processo di unificazione fondato sulla via della pace rivolgendosi agli altri paesi dell’Europa democratica e occidentale, così la sconfitta della Russia di Vladimir Putin - e dei suoi complici in Bielorussia, in Cecenia, in Kazakistan, in Crimea ma anche in Armenia - dopo l’invasione dell’Ucraina dovrà aprire la strada ad una Conferenza sulla pace e sulla sicurezza nel continente europeo sul modello degli accordi di Helsinki del 1975 (Helsinki-2) ricomponendo la frattura fra tutto il mondo slavo con i mondi greco-romano e anglo-sassone - così come la ripresa e l’approfondimento del dialogo interreligioso fra le religioni monoteiste e fra esse e la cultura umanista - nel quadro della Confederazione auspicata da François Mitterrand a Praga nel 1989 al cui interno dovrà essere rafforzata - attraverso un processo costituente - l’unità politica fra i paesi ed i popoli pronti a rinunciare ad illusorie sovranità assolute per condividere un progetto secondo un modello federale fondato sul rispetto dello stato di diritto.

Questo processo parallelo di cooperazione sul continente europeo dovrà essere rafforzato dal ritorno alle dimensioni transnazionali del popolarismo cristiano, dell’internazionalismo socialista e del cosmopolitismo liberale a cui si è aggiunto negli ultimi quarant’anni il movimento ambientalista all’interno di uno spazio pubblico che garantisca il libero confronto fra la democrazia rappresentativa, la democrazia partecipativa e la democrazia di prossimità.

Roma, 12 aprile 2022

 

coccodrillo

 

 

 

 

 

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La nostra newsletter settimanale Noi e il futuro dell'Europa è stata concepita per contribuire ad una corretta informazione sull’Unione europea e partecipare al dibattito sulla riforma dell’Unione a partire dalla Conferenza sul futuro dell’Europa.

Come sapete, la Conferenza è stata avviata il 9 maggio 2021 a Strasburgo e dovrebbe concludersi il 9 maggio 2022.

Ecco l’indice della nostra newsletter

- Editoriale, che esprime l’opinione del Movimento europeo su un tema di attualità

- Ultime da Bruxelles

- Speciale guerra in Ucraina

- Eventi principali, sull’Europa in Italia e Testi in evidenza

- Agenda della settimana a cura del Movimento Europeo Internazionale

- Next Generation EU a cura di Euractiv

- Europa dei diritti

- Campagna di informazione sull'Europa

 

Siamo come sempre a vostra disposizione per migliorare il nostro servizio di comunicazione e di informazione e per aggiungere vostri eventi di interesse europeo nella speranza di poter contare su un vostro volontario contributo finanziario.

 

 

 

 

 

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CARE LETTRICI E CARI LETTORI

La nostra newsletter settimanale Noi e il futuro dell'Europa è stata concepita per contribuire ad una corretta informazione sull’Unione europea e partecipare al dibattito sulla riforma dell’Unione a partire dalla Conferenza sul futuro dell’Europa.

Come sapete, la Conferenza è stata avviata il 9 maggio 2021 a Strasburgo e dovrebbe concludersi il 9 maggio 2022.

Ecco l’indice della nostra newsletter

- Editoriale, che esprime l’opinione del Movimento europeo su un tema di attualità

- Ultime da Bruxelles

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- Agenda della settimana a cura del Movimento Europeo Internazionale

- Next Generation EU a cura di Euractiv

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- Campagna di informazione sull'Europa

 

Siamo come sempre a vostra disposizione per migliorare il nostro servizio di comunicazione e di informazione e per aggiungere vostri eventi di interesse europeo nella speranza di poter contare su un vostro volontario contributo finanziario.

 

 


 L'EDITORIALE

Fra Confederazione continentale e Federazione europea:
il futuro delle relazioni fra mondo slavo e Unione europea dopo la guerra in Ucraina

Nella storia più recente dell’umanità ci sono stati alcuni leader che, pur essendo costretti a cedere al dominio della forza, hanno contribuito a cambiare il corso degli avvenimenti non solo per il loro paese ma per un insieme più vasto di popoli e di stati.

Fra questi leader c’è stato certamente Michail Gorbačëv che divenne segretario del PCUS dal 1985 e presidente del Soviet Supremo dal maggio 1989 e cioè cinque mesi prima della caduta del Muro di Berlino e della fine della “guerra fredda”.

In occasione delle annuali commemorazioni del 9 novembre 1989 pochi ricordano il ruolo determinante di Michail Gorbačëv nell’impedire che Berlino diventasse una nuova Budapest (1956) o una nuova Praga (1968) e che la fine della guerra fredda avrebbe potuto rappresentare il primo passo verso la costituzione della “casa comune europea” di cui parlò lo stesso Gorbačëv nel 1989 davanti al Consiglio d’Europa.

Così non è stato perché i leader europei non furono capaci di costruire al posto della cortina di ferro un solido sistema integrato per la sicurezza e la pace in Europa nel quadro della “confederazione” proposta a Praga da François Mitterrand nel 1989, che avrebbe dovuto unire le tre culture continentali: il mondo slavo, il mondo greco-romano e il mondo anglo-sassone e al cui interno avrebbe dovuto essere preservato il modello sovranazionale delle comunità europee in una prospettiva federale.

È stato così che dal dissolvimento dell’Unione sovietica è nata la Federazione russa governata dopo Michail Gorbačëv dall’autocrate Boris Eltsin e poi dal nuovo zar Vladimir Putin, che la prima vittima di questa situazione è stato il popolo russo e che i paesi dell’Europa centrale liberati dall’imperialismo sovietico hanno sviluppato nel tempo la convinzione che l’adesione alla NATO e all’Unione europea sarebbe stata lo strumento per garantire la loro sovranità nazionale.

Nonostante questa convinzione, la dissoluzione dell’Unione sovietica e la conquista o riconquista della democrazia e della libertà in Europa centrale hanno determinato il fatto storico e culturale, oltre che politico ed economico, della ricomposizione della frattura fra una buona parte del mondo slavo (Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia, Bulgaria, Slovenia, Lituania e Lettonia, Croazia) ed i mondi anglo-sassone e greco-romano con l’adesione di questi paesi all’Unione europea a cui dovrebbe seguire il futuro ingresso degli altri Stati che appartenevano alla Federazione jugoslava (Serbia, Montenegro, Bosnia Erzegovina e Macedonia del Nord).

Contrariamente alla Cina popolare, che rappresenta per l’Unione europea un “rivale sistemico”, il mondo slavo, il mondo greco-romano e il mondo anglo-sassone appartengono tutti e tre alla storia europea o per essere più precisi alla storia indoeuropea frutto di identità culturali multietniche e multireligiose che affondano le loro radici nei secoli anche se fra i tre mondi ci sono state fratture che sono state cause di guerre secolari, che hanno portato alla creazione – dopo la pace di Vestfalia nel 1648 e dal Portogallo al Mar Nero - dell’invenzione europea degli Stati-nazione con l’eccezione dell’impero austro-ungarico fino al 1918 e della “grande Russia” divenuta nel 1917 l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche e poi l’impero sovietico e che hanno comportato la soppressione di una parte delle identità delle nazioni slave.

Vale la pena di ricordare che, fra gli obiettivi dell’integrazione europea il primo è stato la promozione della pace, consacrato all’inizio dell’art. 3 del Trattato sull’Unione europea. Non a caso, nell’ottobre 2012 è stato conferito all’Unione europea il Premio Nobel per la Pace, così riconoscendo il contributo dell’Unione alla pace ed alla riconciliazione fra i popoli, grazie al quale gran parte del continente è stato trasformato da un teatro di guerre a un’area di pace. Ma tale risultato, da tutelare e preservare quotidianamente, è considerato storico alla luce del passato del nostro Continente, diviso in due principali fasi.

Nella prima, alle radici filosofiche elleniche, che influenzano tutto l’Occidente, fanno seguito la pax e il diritto romano che uniscono gli antenati di tanti fra gli attuali popoli europei, plasmandone le coscienze giuridiche. Il cristianesimo poi, che condivide radici storiche con l’ebraismo, diffonde fra gli europei e fra tante genti che arrivano sul nostro continente le medesime norme morali riconoscendo ai sovrani l’autorità civile di tradurle in leggi, insieme agli istituti romanistici. La lingua latina, con quella greca (lingua franca la prima e koiné dialektos la seconda) – senza dimenticare il protoslavo che deriva dal protoindoeuropeo, l’antenato comune di tutte le lingue indoeuropee - permette, per secoli, la comunicazione a livello delle élites politiche e intellettuali; nutrite anche dagli innesti culturali arabo-berberi e dalle loro conoscenze, specie matematiche, geometriche e mediche. Per queste ragioni l’Europa medievale, nonostante le difficoltà di comunicazione e le costanti guerre intestine, viene ricordata come un universo culturale alquanto omogeneo.

Nella seconda le rotture religiose fra le componenti cattolica, protestante e ortodossa insieme a quelle politiche, i terribili e lunghi conflitti feriscono quest’unità europea e favoriscono l’affermarsi delle nazioni, con le loro lingue, il loro credo, le loro ambizioni e aspre rivalità. Le nuove unità statali rivendicano un principio di legittimità autonomo, dando vita a nuove forme di governo e di autorità in Europa che si combattono per il predominio, durante secoli di conflitti ovunque nel mondo dove si contendono i domini coloniali. Le potenze dell’Europa divisa, alternando le alleanze e guerreggiando, puntano a conquistare il primato ciascuna per sé.

In quei tempi, l’idea dell’unificazione europea - con rare eccezioni di qualche filosofo o pensatore illuminato - era appannaggio di chi intendeva imporre la sua egemonia o il suo imperialismo sugli altri, sconfiggendoli e conquistandone i territori. Il culmine di questa disastrosa deriva plurisecolare degli Stati nazione sono state le due guerre del ventesimo secolo, definite “mondiali” per la dimensione devastatrice.

Eppure, gli stessi fermenti e le tragedie che ci hanno diviso e contrapposto hanno finito, a ben vedere, per creare un ulteriore legame perché hanno coinvolto tutte le popolazioni europee, per decine e decine di generazioni, nel medesimo turbinio. Così è stato durante la Seconda Guerra Mondiale con la resistenza combattente sotto diverse bandiere nazionali ma con unico spirito e un unico obiettivo. Ecco perché la ricerca della pace rappresenta il primo elemento distintivo dell’identità europea.

Come è avvenuto nel 1950 quando la Germania (occidentale) e la Francia hanno cancellato secoli di rivalità dopo la dissoluzione del Terzo Reich per avviare con l’integrazione comunitaria un processo di unificazione fondato sulla via della pace rivolgendosi agli altri paesi dell’Europa democratica e occidentale, così la sconfitta della Russia di Vladimir Putin - e dei suoi complici in Bielorussia, in Cecenia, in Kazakistan, in Crimea ma anche in Armenia - dopo l’invasione dell’Ucraina dovrà aprire la strada ad una Conferenza sulla pace e sulla sicurezza nel continente europeo sul modello degli accordi di Helsinki del 1975 (Helsinki-2) ricomponendo la frattura fra tutto il mondo slavo con i mondi greco-romano e anglo-sassone - così come la ripresa e l’approfondimento del dialogo interreligioso fra le religioni monoteiste e fra esse e la cultura umanista - nel quadro della Confederazione auspicata da François Mitterrand a Praga nel 1989 al cui interno dovrà essere rafforzata - attraverso un processo costituente - l’unità politica fra i paesi ed i popoli pronti a rinunciare ad illusorie sovranità assolute per condividere un progetto secondo un modello federale fondato sul rispetto dello stato di diritto.

Questo processo parallelo di cooperazione sul continente europeo dovrà essere rafforzato dal ritorno alle dimensioni transnazionali del popolarismo cristiano, dell’internazionalismo socialista e del cosmopolitismo liberale a cui si è aggiunto negli ultimi quarant’anni il movimento ambientalista all’interno di uno spazio pubblico che garantisca il libero confronto fra la democrazia rappresentativa, la democrazia partecipativa e la democrazia di prossimità.

Roma, 12 aprile 2022

 

coccodrillo

 

 

 


ULTIME DA BRUXELLES

Un brusco risveglio

Siamo vissuti per anni nell’illusione che la guerra fosse una storia lontana che non ci riguardava. L’aggressione della Russia all’Ucraina ci ha bruscamente risvegliati in una realtà che avevamo spinto nel profondo nelle nostre coscienze per paura di doverla guardare ed essere costretti a prendere delle decisioni che ci rimandano a periodi drammatici della storia, passata e recente.

Tutti o almeno la maggior parte di noi ‘non vuole la guerra’ e sostiene la pace, così come siamo abituati a vivere grazie all’Europa da oltre 70 anni, ma la geopolitica sta parlando purtroppo linguaggi non sempre in linea con questo nostro comune sentire e ci impone una diversa reazione.

Cosa dunque dobbiamo o possiamo fare per la sicurezza dei cittadini italiani e quindi europei di fronte ad un mondo che è diventato e rischia di essere sempre più pericoloso e sicuramente complesso per noi e per i nostri figli?

Il primo dovere che abbiamo è indubbiamente sostenere un dialogo con tutti nel rispetto reciproco e nell’ottica di una collaborazione pacifica. Ma questo processo ‘culturale’ non è semplice ed immediato, e richiederà tempo senza peraltro avere la sicurezza di essere ascoltati. Inoltre, i fatti dimostrano che ciò avviene solo se le parti negoziano su uno stesso piano di ‘potenza’ economica e militare, dove spesso gli interlocutori non hanno i nostri stessi valori, con il rischio quindi di essere fagocitati da chi gioca la parte del più forte ed aggressivo.

È pertanto necessario difenderci ma non solo militarmente. La guerra ormai utilizza diversi mezzi che comunque possono avere effetti molto pesanti su un paese, come ad esempio attacchi cibernetici ed informatici, che possono mettere a rischio i servizi essenziali della vita di un paese; l’approvvigionamento di risorse strategiche quali quelle energetiche, alimentari, sanitarie che sono funzionali alla stessa vita dei popoli. La guerra si è trasformata in una sorta di conflitto ‘multilivello’, che dispiega una pluralità di mezzi allo scopo di indebolire il nemico ed avere quindi militarmente la meglio.  Ci siamo trovati di fronte alla necessità da una parte di un maggior coordinamento all’interno dell’Unione europea e dall’altra di una maggiore autonomia strategica in settori essenziali (in particolare alimentare, energetico e sanitario)

Diventa dunque importante contare su una strategia integrata di politiche e strumenti che metta l’Unione europea in grado di poter essere considerata da eventuali o futuri aggressori esterni come una forza che può e sa resistere a difesa dei propri diritti e libertà.

Questo comporta a livello europeo - sull’esempio di quanto fatto per contrastare l’emergenza COVID - un deciso cambio di atteggiamento a favore del coordinamento anche delle spese militari tra tutti gli Stati con l’obiettivo di garantire ai cittadini una protezione più integrata ed efficiente entro il 2030.

Gli Stati dell’Unione europea, infatti, spendono attualmente nella difesa circa 200 miliardi di euro, pari alla spesa militare cinese e a circa quattro volte quella russa, ma il sistema di difesa convenzionale europeo rispetto a quello russo sembra essere decisamente inferiore. La ragione dipende dal fatto che le spese sostenute sono effettuate in modo indipendente e autonomo dai vari Stati, senza una strategia comune. In questo modo si sono verificate sovrapposizioni e sprechi che hanno comportato inefficienze e non garantiscono un livello di protezione adeguato alle attuali minacce.

La “Bussola strategica europea” ha come obiettivo quello di favorire il coordinamento tra Stati in materia di difesa, attraverso un serie di azioni che si basano su quattro pilastri:

  • Un dispiegamento rapido di una forza comune pari a 5000 militari;
  • Investimenti in armamenti ed eserciti per aumentare le capacità militari;
  • Partenariati con nazioni che condividono i nostri stessi valori (USA, Norvegia, Giappone, Canada, ecc.)
  • Una maggior sicurezza attraverso un potenziamento dell’intelligence europea.

Con la Bussola strategica l’Unione europea potrà contare entro il 2025 su 5000 soldati di dispiegamento rapido, 200 esperti di politica di sicurezza e difesa comune, esercitazioni militari comuni e periodiche, una maggiore capacità di analisi ed intelligence, un pacchetto di strumenti e gruppi di risposta rapida a minacce ibride. Verrà istituita una politica europea in materia di Cyber difesa per contrastare attacchi informatici e un pacchetto di strumenti contro la manipolazione delle informazioni ed ingerenze da parte di paesi terzi. Infine, sarà studiato e previsto un rafforzamento a parte della sicurezza marittima.

La Bussola, in mancanza di una politica di difesa comune, è per ora la soluzione che rappresenta ‘il minimo fra le scelte possibili’ realizzabili con l’attuale sistema istituzionale e decisionale europeo.

Si continua a procedere per piccoli passi mentre alcuni Stati, come la Germania, stanno riarmandosi autonomamente dopo circa 70 anni.

In questo contesto, la proposta di Emmanuel Macron all’ultimo Consiglio europeo di costituire un nuovo Recovery per sostenere le spese europee di difesa dovrebbe essere sostenuta dal governo italiano. L’aumento delle spese militari per migliorare la propria difesa rappresenta però un ulteriore problema per il bilancio degli Stati già messo a dura prova dalla crisi pandemica, soprattutto di quegli Stati che come il nostro hanno un alto debito pubblico. Anche se il finanziamento di investimenti militari nazionali potrebbe nel tempo avere un effetto positivo sul PIL interno e potrebbe favorire lo sviluppo tecnologico del paese, affrontarlo in una situazione di lenta ripresa dell’economia quale quella attuale e di deciso aumento dell’inflazione a causa dell’aumento dei prezzi dei prodotti energetici e alimentari rischia di togliere risorse destinate a settori in forte crisi e creare criticità.

La proposta francese sottolinea che - come le spese per crisi sanitarie, alimentari ed energetiche - quelle per la difesa sono necessarie per il raggiungimento di obiettivi strategici comuni. Pertanto, anche in questo caso l’Unione europea dovrebbe scendere in campo non solo con la Bussola Strategica ma anche con un fondo dedicato, così come fatto con il NextgenerationEU.

Si può infatti iniziare a parlare con una sola voce a livello internazionale in modo credibile ed autorevole se si dimostra di potersi difendere contando su un sistema di difesa coordinata, grazie a risorse adeguate e comuni. In mancanza di questo, l’Unione europea rischia di non essere credibile e quindi facilmente attaccabile, in un mondo che sta diventando sempre più pericoloso.   

Anna Maria Villa

 

 


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  • 14 aprile 2022, ore 16:00-18:00, Webinar “DIGITAL WAR, DISINFORMAZIONE, COMUNICAZIONE E CONFLITTI IN EUROPA” promosso dall’Associazione italiana della Comunicazione Pubblica e Istituzionale in collaborazione con il Movimento europeo Italia. PROGRAMMA. Per informazioni e iscrizioni: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

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