Newsletter n.15/2020 - Economia in pillole

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Ci troviamo in un momento cruciale per il futuro. Si tenta al contempo di uscire dall’emergenza e di disegnare una prospettiva e le politiche economiche rappresentano una priorità. Un primo segnale positivo deriva dal voto a larga maggioranza sulla risoluzione presentata in sessione plenaria, per un intervento economico adeguato, il recovery fund di 2mila miliardi di cui abbiamo già parlato nell’editoriale. Le numerose iniziative messe in atto dalle istituzioni europee per soccorrere gli Stati potranno ovviare al disagio di questi mesi, nell’attesa di una rapida soluzione del problema coronavirus, grazie all’individuazione di un vaccino. Ma si naviga a vista in uno scenario in cui non mancano né proposte, né ostacoli, individuabili riportando tre punti di vista autorevoli. In primo luogo, il Presidente dell’Eurogruppo Mário Centeno, al termine della riunione dei ministri dell’economia di venerdì, ha teso a sottolineare che gli interventi attuati in questi mesi rappresentano “misure di emergenza” e che “abbiamo bisogno di qualcosa di più, per velocizzare la ripresa economica e assicurare una crescita comune e non separatamente” [...]. “Sento un ampio consenso sull'uso della ripresa come opportunità per accelerare la modernizzazione delle nostre economie, in Italia in particolare, la transizione verso un'economia verde e digitale. Anche le politiche per riavviare il mercato unico e preservare l'integrità delle catene di approvvigionamento, che dimostrano l'interdipendenza delle nostre economie, rappresentano una priorità”. In merito al recovery fund, segnaliamo poi una proposta originale formulate dal Presidente della Open Society Foundations, George Soros, che, intervistato sul “Sole 24 Ore” di questa domenica, sostiene che per attuare le sue politiche di intervento sull’economia, la BCE dovrebbe optare per “l’emissione di bond perpetui […] anche se ora penso che andrebbero chiamati consols (titoli consolidati) perché è con questo nome che le obbligazioni perpetue sono state utilizzate con successo dalla Gran Bretagna a partire dal 1751 e dagli Stati Uniti dagli anni settanta del  1800. I bond perpetui sono stati confusi con i “coronabond”, che il Consiglio europeo ha respinto – e a ragion veduta poiché implicano una mutualizzazione del debito accumulato che gli stati membri non sono disposti ad accettare. Tale confusione ha avvelenato il dibattito. Ritengo che la situazione attuale rafforzi la mia proposta relativa ai titoli consolidati. La corte tedesca ha dichiarato che gli interventi della Bce erano legali in quanto rispettavano il requisito di proporzionalità degli acquisti di titoli rispetto alla partecipazione degli stati membri nel capitale della Bce. Ma l’implicazione ovvia era che gli acquisti non proporzionali allo schema di sottoscrizione del capitale potessero essere messi in discussione e considerati ultra vires dalla corte. I bond da me proposti aggirerebbero questo problema poiché verrebbero emessi dall’Ue come entità complessiva, sarebbero automaticamente proporzionali e tali resterebbero. […]  La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen dice che l’Europa ha bisogno di circa un trilione di euro per combattere questa pandemia, a cui andrebbe aggiunto un altro trilione di euro per il cambiamento climatico. Se venissero autorizzati dagli Stati membri, i titoli consolidati potrebbero coprire questi importi. Purtroppo, la Germania e gli Stati della “Lega anseatica” guidata da Paesi Bassi sono nettamente contrari.Ma dovrebbero rivedere la loro posizione”. È qui che si riscontra il nocciolo duro del problema attuale, come affermato anche dal Vicedirettore del Corriere della Sera, Federico Fubini, ieri: “In cinque non fanno la popolazione dell’Italia, contano per un decimo di quella dell’Unione europea e un sesto del suo reddito. Eppure sono l’ostacolo più grande nella più grande delle tragedie. Olanda, Austria, Danimarca, Finlandia e Svezia, in ordine di sprezzante intransigenza, sono emerse in queste settimane a Bruxelles come le grandi riduttrici: schierate a colpi di veti per rendere il più piccolo e inutile possibile ciò che va sotto il nome di Recovery Initiative, in realtà un arcipelago di programmi che dovrebbero formare la risposta europea alla più profonda e imprevedibile recessione in tempo di pace. Non solo questi cinque Paesi riescono a contenere e sfilacciare i contorni di questo pacchetto per l’Unione europea che, ormai è chiaro, sarà un bel po’ sotto i mille miliardi. Tornano anche a scucire quanto già tessuto. In questi giorni sono intenti a ridurre il celebrato programma di garanzie per 200 miliardi della Banca europea degli investimenti”. Una situazione superabile, aggiungiamo in conclusione, eliminando in questi casi il potere di veto, che paralizza la possibilità di scelte coraggiose.

 

 

 

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