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Newsletter n.20/2020 - A TRENTA ANNI DALLE ASSISE DI ROMA UNA SETTIMANA PARLAMENTARE DEDICATA AL BILANCIO EUROPEO

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Il Trattato di Lisbona prevede

  • che l’Unione si doti degli strumenti necessari per realizzare i suoi obiettivi e condurre a buon fine le sue politiche (art. 311 par. 1),
  • che il bilancio sia integralmente finanziato da risorse proprie (art. 311 par. 2),
  • e che la legge finanziaria dell’Unione (il bilancio pluriennale) sia adottato per un (economicamente e democraticamente ragionevole) periodo di cinque anni (art. 312 par. 2).

Per la programmazione finanziaria che terminerà il 31 dicembre 2020, il Consiglio decise (e il Parlamento accettò) di ridurre l’ammontare delle spese dal 2014 al 2020 rispetto a quelle dal 2007 al 2013 nonostante la crisi economica che aveva colpito asimmetricamente i paesi membri, che il bilancio continuasse ad essere finanziato largamente dai contributi nazionali sulla base di una chiave di ripartizione legata a ciascun PIL e che la programmazione delle spese fosse settennale e non quinquennale.

In questo quadro, il Consiglio aveva deciso il 2 dicembre 2013 che il tetto massimo delle spese non dovesse superare l’1.2% del PIL globale dell’UE ma i bilanci annuali non hanno mai superato l’1% lasciando disponibile un margine di manovra di sette miliardi di euro. La decisione del Consiglio fu poi adottata gradualmente dai parlamenti nazionali ed entrò in vigore il 1° ottobre 2016 con effetto retroattivo al 1° gennaio 2014.

Per quanto riguarda la prossima programmazione finanziaria la Commissione e il Parlamento europeo considerano che, per dotarsi degli strumenti necessari alla realizzazione dei suoi obiettivi e allo sviluppo delle sue politiche, l’Unione debba disporre di un bilancio pari al 2% del PIL globale dell’UE e che esso debba essere progressivamente finanziato da vere risorse proprie in parziale sostituzione dei contributi nazionali.

Se dobbiamo basarci sulle ultime risoluzioni adottate dal Parlamento europeo e sulla lettera inviata da cinque gruppi politici al Consiglio europeo, dobbiamo invece prendere atto che l’Assemblea ha rinunciato alla richiesta (economicamente e democraticamente ragionevole) di una programmazione finanziaria quinquennale (2021-2025) e non settennale (2021-2027) come pretende il Consiglio.

Nonostante questo inspiegabile cedimento alle pretese del Consiglio, la posizione assunta da cinque gruppi politici del Parlamento europeo è inequivocabile e prelude ad un rigetto del Quadro Finanziario Pluriennale da parte dell’Assemblea (art. 312 par.2) se il regolamento che ne definisce spese e entrate e che dovrà essere deciso dal Consiglio all’unanimità non rispetterà le seguenti priorità:

  • un livello di spese pari all’1.3% del PIL globale dell’UE indicato dal Parlamento europeo nelle risoluzioni del 30 maggio 2018 e del 10 ottobre 2019 che eviti tagli inaccettabili a politiche comuni di grande interesse per i cittadini come la dimensione sociale e regionale, Erasmus Plus ed Europa creativa
  • un piano di trasformazione ecologica e digitale conforme al Next Generation EU presentato dalla Commissione il 27 maggio 2020[1]
  • la modifica del sistema delle risorse proprie per introdurre le proposte di tassazioni europee indicate nella risoluzione del 15 maggio 2020 e ridurre gradualmente i contributi nazionali ed eliminare i meccanismi di correzione (rebate) concessi a Paesi Bassi, Svezia, Germania, Danimarca e Austria
  • il rispetto dello stato di diritto da parte degli Stati beneficiari delle sovvenzioni e dei prestiti europei.

Come abbiamo ricordato più sopra, le decisioni adottate dal Consiglio dovranno essere “approvate dagli Stati membri, conformemente alle loro regole costituzionali rispettive”(art. 311 par. 3) e cioè ratificate dai parlamenti nazionali.

In occasione della programmazione finanziaria 2014-2020 le ratifiche richiesero ben trentaquattro mesi e l’accordo dei parlamenti ebbe un effetto retroattivo.

È evidente che l’urgenza dell’entrata in vigore del piano di trasformazione ecologica e digitale, il finanziamento dei nuovi programmi e l’aumento del tetto delle risorse dall’1.2 al 2.0% del PIL non possono attendere un tempo così lungo.

Per questa ragione, il Movimento europeo ha deciso di chiedere la convocazione, durante il semestre di presidenza tedesca del Consiglio dell’Unione, di una conferenza interparlamentare europea – secondo il modello delle “assise sull’avvenire dell’Europa” che si svolsero a Roma a fine novembre 1990 e che facilitarono il percorso del Trattato di Maastricht – a cui partecipino delegazioni dei parlamenti nazionali ed il Parlamento europeo per discutere ed adottare delle linee direttrici sulla prossima programmazione finanziaria, su piano di trasformazione dell’economia europea e su un nuovo sistema di risorse proprie.

Se la Conferenza sarà organizzata per famiglie politiche europee e non sarà divisa in delegazioni nazionali, il dibattito sarà europeo e faciliterà l’adozione a maggioranza di linee direttrici europee facendo emergere quel largo consenso che è stato espresso nella lettera di cinque gruppi politici al Consiglio europeo.

Ci attendiamo, a partire dal 1° luglio 2020, un atto di forte volontà politica europea e di rivendicazione collettiva della democrazia rappresentativa del presidente del Parlamento europeo e dei presidenti del Bundestag, dell’Assemblea nazionale francese, della Camera e del Senato in Italia, delle Cortes in Spagna, dell’Assemblea nazionale portoghese e del Parlamento sloveno.

 coccodrillo

[1] Chiarendo che le risorse legate a questo piano non saranno disponibili prima della primavera 2021.

 

 

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