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Newsletter n.6/2021 - Economia

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 di Anna Maria Villa

La rivoluzione verde sembra concretamente avviata

 

Ormai da anni, l’ambiente è considerato ‘il malato’ del mondo, ma i sintomi della sua malattia, gravi e profondi, sembrano ignorati. Eventi climatici catastrofici stanno cercando di attirare l’attenzione di chi può e deve intervenire immediatamente a livello non solo locale, ma anche trovare le migliori soluzioni condivise nelle varie sedi multilaterali ed internazionali. Difronte a questa improrogabile urgenza, l’Europa ha iniziato seriamente a porsi il problema di un cambio di strategia e di metodi per andare in soccorso ad un bene così prezioso per tutta l’umanità. La Commissione europea, presieduta da Ursula von der Leyen, con il suo insediamento ha infatti lanciato un programma d’azione ambizioso, che vede tra gli obiettivi strategici alla base della ripresa economica dell’Europa, la trasformazione ecologica e digitale. Due obiettivi essenziali, finalizzati a creare un ambiente favorevole alle persone ed alle imprese per realizzare investimenti di crescita sostenibile, ma anche per garantire uno stile di vita europeo attraverso il rispetto della carta dei diritti fondamentali, tra i quali primo fra tutti il diritto alla salute e alla dignità umana. Una grande trasformazione digitale e organizzativa della società, che coinvolge sia il settore pubblico che quello privato, con faro di riferimento la tutela dell’ambiente.

Al centro delle iniziative, il Green Deal, un programma che detta la rotta per trasformare il vecchio continente, con i suoi 500 milioni di persone, in un’area ad impatto climatico zero entro il 2050, principalmente attraverso la decarbonizzazione del settore energetico, un ripensamento della mobilità e dei trasporti, un importante risparmio energetico nel settore dell’edilizia, oltre ad una maggior attenzione all’Economia circolare, grazie al supporto di un pacchetto di aiuti in 10 anni, erogati da diversi fondi e programmi, primo tra tutti INVESTEU. Il Consiglio europeo dello scorso 17 dicembre, nel confermare l’obiettivo di neutralità di emissioni nocive al 2050, ne ha scandito le tappe intermedie, stabilendo una riduzione di almeno il 55% dei gas ad effetto serra entro il 2030 e riaffermando la volontà dell’Unione di diventare un leader mondiale in ambito ambientale.

A ciò sempre, lo scorso dicembre, il Consiglio europeo ha approvato il nuovo quadro finanziario pluriennale (QFP) e un consistente pacchetto di aiuti finanziari per la ripresa e resilienza dell’economia europea (Next generation EU), i quali – grazie anche al sostegno del Parlamento europeo, hanno stanziato rispettivamente il 30% ed il 37% delle loro risorse a iniziative ambientali.

Il NGUE detta infatti le priorità ed i criteri per la presentazione di progetti al finanziamento, secondo un’ottica e criteri in linea con la trasformazione digitale ed ecologica dell’Unione. Tali risorse debbono sostenere un’industria sempre più ’verde’ innovativa, digitalizzata ed un uso delle risorse (in particolare il suolo e l’aria) sempre più sostenibile creando lavoro e quindi benessere sociale. Vivendo in un mondo globalizzato e trattando di un bene che non conosce frontiere come l’ambiente, occorre confrontarsi anche con i dati per capire la portata dell’efficacia dell’azione europea. La percentuale di emissioni europee, ad esempio, è circa l’8% di quella mondiale. Pertanto, i successi delle decisioni prese a livello europeo, dipendono anche – forse soprattutto - dall’accordo che si può raggiungere tra partner importanti. La mancanza di impegno comune, infatti, può minare la buona riuscita della strategia europea, e addirittura favorire - se non creare - crisi geopolitiche di portata notevole (guerre, migrazioni ecc). Con la nuova amministrazione Biden, un partner fondamentale come gli Stati Uniti è fortunatamente rientrato in campo, ma rimangono ancora grosse incognite circa l’Africa, l’India e la Cina, per i quali la sostenibilità potrebbe avere un significato e degli strumenti assolutamente diversi dai nostri.  È quindi importante la posizione dell’Europa nei due prossimi incontri internazionali di quest’anno: il forum internazionale dei leaders, dei ministri delle finanze e dei governatori delle banche centrali (G20) dei paesi industrializzati che rappresentano i 2/3 del commercio mondiale e della popolazione mondiale e oltre all’80% del Pil mondiale, e la Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima (Cop26), che si terrà a Glasgow il prossimo novembre, entrambi per concordare regole ed impegni condivisi. I due incontri saranno, rispettivamente, presieduto dall’Italia e co-presieduto da Italia e Regno Unito.

A livello UE, inoltre, si sono schierati in campo anche i due istituti finanziari europei determinanti nella riuscita dei programmi europei e nazionali, la Banca Centrale europea (BCE), che continua a sostenere il Quantitative easing avviato dal Presidente Draghi durante la crisi finanziaria, garantendo quindi liquidità nel sistema e stabilità dei prezzi, e la Banca europea degli investimenti (BEI) che accelera anch’essa su investimenti in un’ottica ambientale, prevedendo, oltre ad una propria ristrutturazione interna per un maggior coordinamento degli investimenti ambientali, anche una maggiore trasparenza e criteri  di sostenibilità ambientale più stringenti per l’approvazione dei finanziamenti.

Gli investimenti da realizzare sono ingenti. Pertanto, oltre alle risorse messe a disposizione dall’UE e dagli Stati membri nei loro bilanci nazionali, c’è bisogno di far scendere in campo anche il risparmio privato. I cittadini europei (soprattutto, italiani) non investono per mancanza di fiducia nel sistema, mancanza che si basa su diversi fattori, primo tra tutti la trasparenza. Proprio per creare fiducia nel mercato e far arrivare alle imprese le risorse necessarie, sta prendendo piede una nuova forma obbligazionaria, i Green Bond, che prevedono una sorta di analisi ex ante ed ex post del progetto di investimento in un’ottica ambientale, con relativa valutazione del presunto e realizzato impatto dell’iniziativa sull’ambiente, la tracciabilità delle risorse dedicate allo stesso nei bilanci dell’utilizzatore e una attenta reportistica per l’investitore.

A livello europeo, dunque, sembra esserci un concreto cambio di rotta. Ma anche in Italia stiamo assistendo ad una sorta di rivoluzione in senso ambientale. Il Presidente Draghi ha infatti posto le basi di questo cambio di passo, proponendo nella sua squadra di governo due ministri considerati strategici: il ministro della digitalizzazione ma soprattutto il ministro per la transizione ecologica, ampliando per quest’ultimo le competenze istituzionali. A questi due ministri verranno assegnati rispettivamente il 20% ed il 40% circa delle risorse del Recovery Plan che dovranno essere utilizzate per garantire quell’innovazione necessaria al rilancio del paese. Ambiente e digitalizzazione saranno dunque il collante della ripresa economica del paese, evidenziato anche dal fatto il ‘Comitato interministeriale per il coordinamento delle attività concernenti la transizione ecologica’ sarà presieduto dal Ministro per la transizione ecologica, che dovrà nelle decisioni confrontarsi con i titolari degli altri dicasteri.

Da questo, oltre alla considerazione che l’ambiente è strategico e come appena detto, il collante alla base di ogni decisione di politica economica, emerge anche un'altra considerazione: le politiche europee non sono ‘altro’ dalle politiche settoriali nazionali, ma coincidono con queste. A livello europeo si danno gli indirizzi, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza – votato dal Parlamento - definisce il percorso a livello nazionale e ciascun ministro per la sua realizzazione dovrà sempre aver presente le indicazioni europee. Oltre a mettere in sicurezza il nostro territorio, lavoreremo nell’ottica di ‘EUROPA=NOI’, un’azione di comunicazione e formazione di successo, rivolta agli insegnanti di tutte le scuole di ogni ordine e grado, lanciato e realizzato dalla Commissione europea e dal  governo italiano in collaborazione Parlamento europeo, nel 2009,  per far capire ai giovani, attraverso il supporto degli insegnanti, di essere cittadini europei e soprattutto che parlare di Europa significa parlare di Italia.

 

 

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