Newsletter 27 Aprile/2021

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CARE LETTRICI E CARI LETTORI

La nostra newsletter settimanale Noi e il futuro dell'Europa, nell’edizione nata all’inizio del 2020 dopo la prima edizione bi-settimanale nel 2018-2019, è stata immaginata per contribuire al dibattito sul futuro dell’Europa con un cantiere che avrebbe dovuto aprirsi il 9 maggio 2020 nella Conferenza immaginata da Emmanuel Macron il 4 marzo 2019.

Come sapete, la Conferenza sarà avviata con un anno di ritardo non solo per la pandemia ma per i contrasti fra i governi e il Parlamento europeo che hanno trovato un punto di incontro nella joint declaration del 10 marzo.

Il nostro impegno viene rafforzato secondo uno schema suddiviso in

- Editoriale che esprime l’opinione del Movimento europeo su un tema di attualità,
- Ultime da Bruxelles
- Attualità
- Rubrica “Pillole d’Europa
- Eventi principali, che speriamo siano di vostro interesse insieme a quelli che vorrete aggiungere e diffondere nostro tramite,
- Agenda istituzionale a cura del Movimento Europeo Internazionale
- La Conferenza sul futuro dell'Europa
- Il Movimento in Europa
- Next Generation EU
- Europa dei diritti
- Campagna di informazione sull'Europa
- Europa in onda

Siamo come sempre a vostra disposizione per migliorare il nostro servizio di comunicazione e di informazione sulla base dei vostri suggerimenti e delle vostre critiche nella speranza di poter contare, se lo vorrete, anche su un vostro contributo finanziario.
Buona lettura!

 

 


 

L'EDITORIALE

CONDIVIDI IL FUTURO DELL’EUROPA:

LE CONDIZIONI PER UNA VERA DEMOCRAZIA PARTECIPATIVA

La Conferenza sul futuro dell’Europa è considerata dalle istituzioni europee come un modello innovativo di coinvolgimento dei cittadini europei che dovrebbe rappresentare una svolta rispetto a quel che è avvenuto in settanta anni di progressiva unificazione del continente.

In effetti, nella storia dell’integrazione europea quasi tutti i processi che hanno fatto avanzare il progetto di una “unione sempre più stretta fra i popoli europei” – come fu scritto nel preambolo del Trattato istitutivo della Comunità economica europea del 1957 – sono stati realizzati senza un reale coinvolgimento di quegli stessi popoli europei che l’integrazione avrebbe dovuto unire in un sistema di originale cooperazione radicalmente diverso dal diritto internazionale.

La mancanza di questo reale coinvolgimento non presuppone tuttavia l’assenza dei caratteri della legittimità democratica formale:

  • perché i governi, in rappresentanza dei loro popoli, hanno sempre negoziato i trattati che hanno caratterizzato questi processi (CECA, CEE, EURATOM, Atto Unico Europeo, Trattato di Maastricht, Trattato di Amsterdam, Trattato di Nizza e Trattato di Lisbona) sottoscrivendoli poi all’unanimità,
  • perché i parlamenti nazionali, a nome dei cittadini che li hanno eletti, li hanno quindi unanimemente ratificati,
  • perché per ben quaranta volte i cittadini di ventidue paesi europei sono stati chiamati ad esprimersi con referendum popolari consultivi o deliberativi o sulla ratifica di quegli otto trattati o sull’adesione di nuovi paesi alle Comunità/Unione o sull’introduzione dell’Euro o sul Fiscal Compact o sull’attribuzione di un mandato costituente al Parlamento europeo o infine sulla ratifica dell’accordo di associazione con l’Ucraina con risultati favorevoli all’integrazione europea in trentuno referendum (contando fra i nove risultati negativi le due consultazioni in Norvegia sull’adesione alle Comunità).

In almeno sei occasioni nella storia dell’integrazione europea ci sono stati comunque dei tentativi di coinvolgere le opinioni pubbliche nazionali in esercizi di dialogo o addirittura di deliberazioni collettive:

  • il Congresso del Popolo Europeo, promosso da Altiero Spinelli dopo la caduta della CED nel 1954 e i trattati di Roma del 1957, che coinvolse centinaia di migliaia di cittadini in decine di città europee,

la scrittura della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea nel 2000

  • il Libro Bianco della Commissione Prodi sulla governance europea nel 2001,
  • la proposta di Giuliano Amato e Gerard Schroeder di aprire un grande dibattito europeo dopo la firma del trattato di Nizza sempre nel 2001,
  • la Convenzione sull’avvenire dell’Europa fra il 2002 e il 2003,
  • la consultazione della Commissione Juncker sui cinque scenari del futuro dell’Europa nel 2017
  • e infine le consultazioni dei cittadini europei alla vigilia delle elezioni europee nel 2019.

In quasi nessuna di queste occasioni i tentativi sono sfociati in forme strutturate di democrazia partecipativa sia per le modalità scelte dalle istituzioni europee e nazionali sia per la natura essenzialmente auto-referenziale delle varie reti delle società civili europee che hanno condiviso con le istituzioni l’errore di quello che fu chiamato, al tempo del Trattato costituzionale, Brussels speaks to Brussels.

Ci sono state tuttavia due sole rilevanti eccezioni che vale la pena di prendere in considerazione nelle modalità di coinvolgimento dei cittadini durante la Conferenza sul futuro dell’Europa:

  • il Congresso del Popolo Europeo che, tenuto conto dei pochi mezzi di mobilitazione dell’epoca di cui disponevano i federalisti, fu un grande successo di partecipazione
  • la Convenzione che scrisse la Carta dei diritti fondamentali - nata da una suggestione dello European Forum of Civil Society - frutto di un’intensa collaborazione fra i membri della Convenzione (e in particolare il Presidium) da una parte e le organizzazioni della società civile portatrici di interesse sui valori ed i diritti dall’altra.

Le elezioni europee non sono invece un esercizio di democrazia partecipativa per le modalità di voto nazionali, per la sostanziale assenza di veri partiti europei e dunque di un dibattito transnazionale e da ultimo per il fallimento del metodo degli Spitzenkandidaten.

Nel 2014 i partiti nazionali hanno sostanzialmente ignorato i loro candidati europei alla presidenza della Commissione e Jean-Claude Juncker – che non si candidò nemmeno alle elezioni – fu scelto con l’imprimatur di Angela Merkel al Congresso del PPE di Dublino nel febbraio 2014.

Nel 2019 i governi nel Consiglio europeo hanno scartato senza discuterne gli Spitzenkandidaten indicati dai partiti europei e hanno scelto Ursula von der Leyen sulla base di un accordo fra Emmanuel Macron e Angela Merkel, un accordo che comprendeva il liberale belga Charles Michel alla presidenza del Consiglio europeo e la francese Christine Lagarde alla presidenza della BCE.

Appare chiaro che qualunque forma di consultazione dei cittadini che non contenga modalità di deliberazione collettiva e di scrittura di testi destinati a diventare vincolanti per le istituzioni e i popoli non rappresenta un esercizio di democrazia partecipativa.

In Europa questa modalità di deliberazione collettiva, ispirata alle Citizens’ Assemblies tenutesi nei Paesi Bassi tra il 2004 e il 2007 (e contemporaneamente in Canada), fu applicata inizialmente in Belgio nel Citizens’ Summit (o G1000) che si tenne l’11 novembre 2011 e poi dai Citizens’ panels nel novembre 2012 dopo una consultazione online dove vennero scelti come temi prioritari la sicurezza sociale, l’immigrazione e la redistribuzione della ricchezza.

Nel 2012 essa è stata applicata in Irlanda quando i due partiti della maggioranza di governo decisero di affidare la riforma di alcuni grandi temi costituzionali ad una Convention on the Constitution composta da 66 cittadini sorteggiati e 33 parlamentari con la scelta innovativa di far sedere accanto, in uno stesso organo deliberativo, cittadini scelti da una società di sondaggi con campionamento casuale stratificato e politici scelti fra i parlamentari. Grazie al lavoro dalla Convention, il referendum del 22 maggio 2015 introdusse nella cattolica Irlanda i matrimoni egualitari con il consenso del 62% degli elettori.

In Islanda, infine, la deliberazione collettiva secondo il modello della democrazia partecipativa fu applicata fra il 2013 e il 2014 ma il testo scritto dai cittadini fu alla fine bocciato dal Parlamento.

Occorre tener conto di questi esempi nel processo che si sta aprendo con la Conferenza sul futuro dell’Europa ragionando su cosa dobbiamo imparare dai tentativi di scrivere una nuova costituzione in modo aperto e partecipato e traslando gli esempi belga, irlandese e irlandese da un paese nell’Unione europea.

Le modalità che emergono dalle prime deliberazioni del Comitato esecutivo della Conferenza (Executive Board) fanno per ora temere che l’esercizio di riflessione interistituzionale lanciato con la Dichiarazione Comune del 10 marzo e le regole di funzionamento della piattaforma online partita il 19 aprile rischiano di condurre ad una ennesima forma di consultazione che non aprirà la via a forme innovative di democrazia partecipativa.

Esiste infatti un triplice difetto:

  • tutte le decisioni delle istituzioni dovranno essere prese secondo il principio del consenso,
  • la fase di scrittura sarà nelle mani di Consiglio, Parlamento e Commissione
  • il rapporto finale della Conferenza potrebbe avere lo stesso destino della Dichiarazione comune, fondata su un compromesso al ribasso, a meno che il Parlamento europeo non decida di assumere una propria iniziativa di scrittura di una nuova costituzione se le idee e le proposte che verranno dalla maggioranza delle cittadine e dei cittadini andranno in questa direzione.

Noi riteniamo che devono ancora essere verificate e tentate le condizioni per evitare di far fallire l’ennesimo esercizio di coinvolgimento delle cittadine e dei  cittadini europei avendo come obiettivo ultimo e primario quello di creare le condizioni di quello che Juergen Habermas ha chiamato patriottismo costituzionale europeo (Europaeische Verfassungspatriotismus) per stabilire un forte legame fra le cittadine e i cittadini europei e i valori di una costituzione pluralista e democratica piuttosto che con un insieme di culture e identità nazionali e per formare una sfera pubblica come spazio per il dialogo e il dibattito pubblico fra i cittadini.

Ci sono cinque elementi che dovrebbero essere presi in considerazione per creare le condizioni di una vera democrazia partecipativa:

  • Le istituzioni europee dovrebbero selezionare i partecipanti ai primi panel di dibattito transnazionale fra tutti coloro che hanno creato dei loro account personali sulla piattaforma online e hanno partecipato al dialogo interattivo
  • Le reti della società civile dovrebbero proporre di selezionare i cittadini che devono partecipare ai secondi panel deliberativi delle modalità di scelta dal basso (bottom up) simili a quelle che furono usate nel Congresso del Popolo Europeo con l’uso degli strumenti della società dell’informazione
  • Le istituzioni europee e nazionali insieme ai grandi quotidiani e ai media nazionali dovrebbero creare le condizioni per una politica di comunicazione e di informazione inclusiva e trasparente sulle modalità di partecipazione al dibattito, sui temi prioritari e sulle conseguenze delle scelte alternative fra un’unione più stretta o una diluizione del processo di integrazione europea
  • Aprendo la piattaforma alle associazioni rappresentative e all’organizzazione della società civile si dovrebbero elaborare dei “Cahiers de doléances et propositions”, per mettere in luce le criticità del processo di integrazione europea, e dei “papers” simili ai Federalist Papers utilizzati per creare consenso intorno alla Costituzione americana e ciò al fine di aprire la strada alla elaborazione di un progetto costituzionale europeo
  • Si dovrebbe infine introdurre nel dialogo fra la società civile e le istituzioni la soluzione digitale della blockchain, uno strumento dell’intelligenza artificiale trasparente, neutrale, non-gerarchico, accessibile, non manipolabile e di alta sicurezza tecnologica, decentralizzato, immutabile e garantito dai rischi da attacchi nella prospettiva della cybersecurity.

Oltre alle questioni di metodo, riteniamo che debba essere approfondito il legame fra la democrazia partecipativa e le politiche europee: il bilancio e le finanze, la coesione economica, sociale e territoriale, i diritti fondamentali, la responsabilità sociale e ambientale, il patto europeo sul clima e sulla resilienza, la governance dell’Unione economica e monetaria nel quadro degli obiettivi dello sviluppo sostenibile.

Si tratta di identificare i bisogni di una vera democrazia partecipativa (fiducia, trasparenza, efficacia, innovazione.) per ogni grande politica europea nel quadro delle attuali competenze dell’Unione europea e di quelle che dovrebbero esserle trasferite sulla base del dibattito sul futuro dell’Europa, gli strumenti giuridici e istituzionali (regolamenti e direttive) e le leve nell’era digitale a cominciare dalla blockchain.

coccodrillo

 

 


 ULTIME DA BRUXELLES

Sull’ambiente dall’Unione europea giunge un messaggio concreto
dobbiamo collaborare perché ormai non c’è più tempo

Il Presidente Biden, in concomitanza della Giornata della Terra, ha organizzato un Summit internazionale sull’ambiente, al quale hanno partecipato 40 leaders mondiali.

L’incontro ha acceso i riflettori sul malessere climatico del nostro pianeta e sull’urgenza di intervenire quanto prima per guarirlo per evitare catastrofi devastanti e relative perdite economiche e sociali difficilmente arginabili.

L’evento è sicuramente stato di grande importanza perché gli Stati Uniti hanno manifestato la volontà di ritornare ad essere un paese leader nella lotta ai cambiamenti climatici e voler agire con determinazione, oltre al rispetto degli impegni decisi nell’Accordo di Parigi.

Il presidente Biden ha infatti annunciato che ha presentato alla Camera dei Rappresentanti per l’approvazione il Clean Future Act per contrastare i cambiamenti climatici. Il piano prevede obiettivi molto ambiziosi, in linea con quelli approvati dall’Unione europea, quali la riduzione delle emissioni dei gas ad effetto serra del 50-52% entro il 2030, per arrivare a zero emissioni al 2050. Inoltre, saranno messe a disposizione ingenti risorse per il sostegno delle iniziative.

Nel corso del Summit, alcuni rappresentati di paesi più fragili e poveri hanno manifestato una frustrazione per il fatto di doversi trovare ad affrontare le conseguenze di una crisi, alla quale peraltro hanno contribuito solo in misura minore rispetto ai paesi più industrializzati, risolvibile solo attraverso investimenti ingenti e non possibili per loro in misura adeguata per mancanza di risorse. 

A questo riguardo, il premier britannico Boris Johnson, nell’annunciare l’impegno del Regno Unito a ridurre entro il 2035 le emissioni di gas ad effetto serra al 78%, si è dichiarato favorevole ad aumentare gli aiuti finanziari decisi nel 2009 pari a circa 100 miliardi di euro.

Anche la Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha sottolineato la mancanza di tempo ed ha auspicato che il Summit possa essere l’occasione per preparare al meglio l’incontro della COP 26, previsto il prossimo novembre a Glasgow, co-presieduto da Italia e Regno Unito, ribadendo che per salvare il clima “c’è bisogno del mondo” e cioè della cooperazione internazionale e di interventi concreti e finalizzati da parte di tutti i paesi.

Su questo punto il presidente cinese Xi Jinping si è impegnato a raggiungere emissioni zero nel 2060, anche se questo vedrà prima - nel medio-lungo termine - un picco delle proprie emissioni nel 2030, dovuto al prioritario raggiungimento degli obiettivi di modernizzazione ed industrializzazione programmati.  Anche il presidente russo Putin, condividendo l’importanza della collaborazione internazionale per la rimozione delle emissioni accumulate, ha dichiarato la sua disponibilità a collaborare con gli altri paesi.

Indubbiamente in questo Summit non sono stati presi impegni. Anche le buone intenzioni manifestate dai rappresentanti dei vari paesi, possono sempre essere soggette a compromessi politici interni e possono essere confutate da futuri nuovi governi o coalizioni, come avvenuto di recente proprio negli Stati Uniti.

Lo stesso piano americano per il contrasto ai cambiamenti climatici non è stato ancora approvato, e quindi al momento altro non è che una possibile proposta che sarà soggetta a negoziazioni interne tra coloro che sono favorevoli all’industria petrolifera nazionale e ambientalisti.

Diversa e più delineata è invece, la situazione a livello europeo. L’Unione europea ha delle norme già approvate e una strategia (European Green Deal) a sostegno dell’ambiente che ne prevede delle altre ancora.

Lo stesso programma Next Generation EU (per contrastare le conseguenze economico-sociali causate dalla pandemia) dà delle precise indicazioni per la redazione dei piani nazionali, nei quali la tutela dell’ambiente ha un ruolo strategico.

L’ambiente non è un peso ma un’opportunità per il rilancio dell’economia attraverso nuovi investimenti sia direttamente a favore dell’ambiente e sia con attenzione all’ambiente, realizzabili attraverso loans o grants, in grado di incidere positivamente anche su lavoro, pari opportunità e formazione, in un’ottica di semplificazione amministrativa, trasformazione ecologica e digitale.

Ovviamente il Summit potrebbe risolversi nell’ennesimo libro dei sogni. Ma ci sono elementi che fanno ben sperare e pensare che grazie al Summit si sia iniziato a collaborare. È stata inoltre sollevata molta attenzione da parte di tutti i leader e la loro consapevolezza che occorre agire insieme per rendere le proprie azioni più incisive.

Quindi, il vero risultato – importante e concreto - raggiunto dal Summit è stato quello di portare paesi, la cui partecipazione non era affatto scontata, a dialogare tra loro su un tema comune, condividendo preoccupazioni e iniziando a ragionare su possibili posizioni da prendere ( e da limare)  a livello multilaterale al G20, presieduto dall’Italia dove vi sono sessioni dedicate all’ambiente che alla COP 26 di Glasgow.

 

Anna Maria Villa

 

 


 

ATTUALITA' 

PARLAMENTO EUROPEO

Weekly agenda | News | European Parliament (europa.eu)

 

 


PILLOLE D'EUROPA

Ricordiamo la Liberazione dal nazi-fascismo e resistiamo insieme contro ogni estremismo razzista

Le istituzioni delle democrazie nate o rinate in Europa alla fine della Seconda guerra mondiale sono state concepite dalla buona politica e rappresentano - insieme all’impegno costante della società civile - la più potente difesa immunitaria contro i rischi di tentazioni totalitarie o autarchiche.

Il progetto di un’Europa unita, immaginato con lungimirante visione da Spinelli, Rossi e Colorni a Ventotene nel 1941, ha attratto a sé con la forza di un magnete le nuove democrazie nazionali nel dopo-guerra ed ha accelerato la fine dei totalitarismi fascisti in Grecia, Portogallo e Spagna e dei totalitarismi comunisti nell’Europa centrale e Orientale.

Enumeriamo i principi fondamentali della nostra Carta repubblicana: diritti inviolabili dell’uomo e doveri inderogabili di solidarietà; uguaglianza davanti alla legge di tutti i cittadini senza distinzioni di sesso, di razza, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali; rimozione degli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana; diritto al lavoro; unità e indivisibilità della Repubblica; ripudio della guerra e impegno a promuovere e favorire le organizzazioni internazionali che mirano ad assicurare la pace e la giustizia fra le nazioni.

Molti di questi principi fanno oggi parte delle costituzioni dei paesi membri dell’Unione europea e del patrimonio giuridico di tutta l’Unione e la violazione - grave e persistente di diritti fondamentali - deve essere sanzionata dalle istituzioni europee sulla base di un principio previsto nel progetto Spinelli del 1984, che rappresenta nello stesso tempo un antidoto ed un deterrente contro eventuali tentazioni antidemocratiche in uno Stato membro.

Noi siamo convinti che l’esistenza stessa dell’Unione europea ci renda immuni da degenerazioni fasciste e dal rischio che tornino al potere nei nostri paesi dittatori come Hitler, Mussolini, Franco, Salazar o Papadopoulos.

L’Europa, tuttavia, non è ancora immune dalle metastasi del fascismo che assumono la forma evidente del razzismo e della xenofobia o della negazione di diritti collettivi di minoranze etniche, culturali e religiose o anche la forma di esasperazioni nazionaliste o protezioniste.

Con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, la Carta dei diritti fondamentali è diventata giuridicamente vincolante, gli opting out rivendicato non hanno resistito alla giurisprudenza della Corte di Giustizia che vale su tutto il territorio dell’Unione.

Affinché l’Europa ci renda immuni dalle metastasi del fascismo, dovremo riflettere sul rafforzamento del patrimonio costituzionale europeo per renderlo pienamente conforme a quel che è garantito oggi a livello nazionale: pensiamo ad esempio ai doveri della solidarietà ma soprattutto a quell’insieme dei diritti collettivi che non si concretizzano solo nell’esercizio collettivo di diritti individuali ma che riguardano le comunità che a vario titolo compongono le nostre società.

Pensiamo a forme più compiute e avanzate di democrazia partecipativa, paritaria e di prossimità che rafforzino e accompagnino lo sviluppo della democrazia rappresentativa.

Per combattere le metastasi del fascismo dobbiamo in primo luogo e subito combattere le pulsioni estremiste che sono emerse in molti paesi europei e che hanno assunto talvolta connotazioni razziste.

Mentre la parola razza viene dal latino ratia che a sua volta deriva da ratio nel senso di "natura, qualità, condizione" riferita ad una serie di soggetti (uomini ed animali), la parola razzismo viene dal francese racisme e si è diffusa in Italia durante il fascismo per indicare soprattutto le teorie di coloro che ritenevano che l’umanità fosse divisa in razze superiori e razze inferiori, le prime – pure – destinate al comando e le seconde destinate alla sottomissione.

Il fascismo – con decisioni e azioni non difformi da quel che avveniva in Germania sotto il nazismo – aveva introdotto le leggi a difesa della razza ispirandosi a chi aveva già teorizzato nel diciannovesimo secolo l’ineguaglianza delle razze umane (Gobineau) o la superiorità della razza ariana (Chamberlain), una drammatica e folle idiozia che costò poi la vita a milioni di persone nel ventesimo secolo.

Da ricordare la rivista "La Difesa della razza", edita nel 1938 a cura di Interlandi e Giorgio Almirante (il futuro leader del Movimento Sociale Italiano), che tentò di "illustrare" per il fascismo la politica razzista tradottasi poi nelle leggi razziali.

Purtroppo, la concezione di un’umanità divisa in razze (superiori e inferiori) e l’intolleranza razzista non sono state spazzate via con la fine della Seconda guerra mondiale ma restano fenomeni diffusi in molte delle nostre società.

Chi si ricorda, del resto, che nell’antica Grecia i razzisti venivano chiamati "xenofobi", che vuol dire letteralmente "terrorizzati dallo straniero", il che dimostra che sono proprio gli xenofobi che sono o si sentono inferiori rispetto allo straniero.

Quando lo scienziato ebreo Albert Einstein giunse negli Stati Uniti per sfuggire alla barbarie nazista, uno stupido doganiere gli chiese a quale razza egli appartenesse ed Einstein rispose "umana" volendo significare che tutta l’umanità appartiene a un’unica razza, senza distinzioni di sesso, di colore della pelle, di origine etnica o sociale, di caratteristiche genetiche, di lingua, di religione o di convinzione personale, di opinioni politiche, di appartenenza ad una minoranza nazionale, di nascita, di disabilità, di età o di orientamento sessuale.

Così recita l’articolo 21 della Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione europea, che costituisce uno dei valori fondamentali della "casa comune" che si è andata creando fra gli Europei dalla fine della Seconda guerra mondiale in poi.

Dobbiamo essere orgogliosi di questi valori comuni e difenderli – nel nostro interesse e in quello dei nostri vicini.

 

PER APPROFONDIRE:

 
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Inerzia dolosa

Questa settimana nel Mar Mediterraneo si è consumata l’ennesima strage di migranti che dal continente africano cercavano di raggiungere le coste della nostra Europa.

In zona Sar libica, un grande gommone grigio, si è rovesciato riversando in mare gli oltre cento occupanti, i cui cadaveri sono stati avvistati da un‘imbarcazione dell’ONG SoS Mediterranée e da alcuni mercantili di passaggio nell’area.

Secondo l’ONG francese, le autorità marittime libiche avrebbero ignorato la richiesta di aiuto di ben tre imbarcazioni presenti nell’area, in quelle ore colpita da forte maltempo. A negare il soccorso, dalle dichiarazioni di Sea Match Iinternational sarebbe stato anche il centro di soccorso nazionale di Roma e la stessa Agenzia Frontex, la quale avrebbe sorvolato l’area con uno dei suoi mezzi aerei senza accorgersi dell’imbarcazione in difficoltà.

Secondo i membri dell’equipaggio dell’imbarcazione Ocean Viking, appartenente alla ONG SoS Mediterranée, ci sarebbe stata anche un'altra imbarcazione con circa quaranta migranti a bordo in balia del maltempo: il timore è che anch’essi possano essere annegati a seguito di un naufragio.

Anche oggi, a seguito dell’ennesimo evento di morte, continuiamo a domandarci quanto tempo dovrà ancora passare e quanti morti dovranno ancora esserci nel Mar Mediterraneo, per spingere i governi nazionali dei Paesi europei a riformare in modo efficace il sistema di controllo delle frontiere esterne.

L’Agenzia Frontex, preposta alla gestione ed al coordinamento delle guardie di frontiera e posta al centro degli attuali progetti di riforma del sistema emersi dallo European Pact on Migration del 2020, continua a mostrarsi inadeguata a fornire risposte immediate alla questione migratoria.

L’Agenzia costituisce oggi un mero strumento di coordinamento e supporto ai Paesi membri, con il fine primario di coadiuvare le autorità nazionali nel controllo delle frontiere, restando fermamente ancorata a macchinose, lunghe, forse anche arrugginite, dinamiche intergovernative, tipiche della sua forma iuris di agenzia decentrata.

Si auspica che vengano superate tali dinamiche, per costituire un “Ente” europeo che si occupi in “autonomia”, nel rispetto delle indicazioni date dalla Commissione, del controllo delle frontiere esterne e delle eventuali operazioni di soccorso, senza dover attendere le lungaggini burocratiche e tecniche, attualmente necessarie ad attivare qualsiasi intervento operativo.

Infatti, potenziare uno strumento nato zoppo nel lontano 2004, senza riformarlo, significa semplicemente rendere più evidente il suo andamento claudicante, significa tentare di aiutare un compatto “esercito” di disperazione e fragilità con un manipolo di litigiosità e attese.

Solo un Rappresentante istituzionale di un’Unione europea coesa, solidale e realmente sovranazionale potrà infatti tendere una salda mano a coloro che rischiano ogni giorno di morire nel mare nostrum.

 

Erasmo Mancini

 

 EVENTI E TESTI

VI SEGNALIAMO

  • 28 aprile 2021, ore 10:00-13:00, Conferenza “On the Road to Porto: A Solidarity Action Plan for All Generations” (promossa dal Movimento europeo Internazionale nel quadro del progetto finanziato dall'UE “ETUC SociAll” e in collaborazione con ETUC, Social Platform, Social Economy Europe e CECOP.) ISCRIZIONE / PROGRAMMA
  • 28 aprile 2021, ore 19.00, incontro online "Condividi il futuro dell'Europa. Attualità e Nuove Prospettive del Federalismo Europeo" (promosso da Rotary Club Palermo Baja dei Fenici). LOCANDINA / LINK ZOOM (ID riunione: 865 1105 6101 - Passcode: 112910)
  • 29 aprile 2021, ore 17:30, Futuro Prossimo - L'integrazione degli immigrati: quali modelli? Dialogo con Rama Dasi Mariani e Luca Di Sciullo (incontro promosso dal CSV Lazio – Centro di Servizio per il Volontariato). ISCRIZIONE / LOCANDINA
  • 30 aprile 2021, ore 10.00-18.00, riunione straordinaria della Piattaforma italiana per la Conferenza sul futuro dell'Europa, promossa dal Movimento Europeo Italia nell'autunno 2019, a cui hanno aderito oltre 120 soggetti collettivi. La riunione sarà suddivisa in 4 sessioni tematiche: I) le priorità del futuro dell'Europa (ore 10.00-11.30) II) le modalità di partecipazione della società civile e le regole per il funzionamento democratico della Piattaforma online creata dalle istituzioni europee (ore 11.45-13.00) III) il ruolo dell'Italia nel dibattito sul futuro dell'Europa (ore 14.30-16.00) IV) il destino delle proposte emerse dalla Conferenza nella prospettiva della riforma dell'Unione europea: politica di comunicazione e integrazione differenziata (ore 16.00-18.00). Per partecipare e ricevere il link Zoom, è obbligatoria l’iscrizione: https://zoom.us/meeting/register/tJEucOuhqDsvG9y_VXAmS5S06vWeQU5fy2gm
  • 30 aprile 2021, ore 21.00, prima del documentario "Buon Vento", di Andrea Caciagli, nato da un’idea della Gioventù Federalista Europea (GFE), che racconta l’esperienza del Seminario di formazione federalista che si tiene a Ventotene. Centinaia di ragazze e ragazzi da tutto il mondo che per una settimana, ogni anno, si incontrano sull’isola per immaginare il futuro dell’Europa. ISCRIZIONE


IN EVIDENZA

 

ARTICOLI E TESTI DELLA SETTIMANA

 

 


 

AGENDA EUROPEA

26 April - 2 May 2021

Monday 26 April

Tuesday 27 April

Wednesday 28 April

Thursday 29 April

Friday 30 April

 

 


LA CONFERENZA SUL FUTURO DELL'EUROPA

 

 


IL MOVIMENTO EUROPEO IN EUROPA

 


Next Generation EU

 

 


 

EUROPA DEI DIRITTI

LINK IN EVIDENZA

 

INVITO ALLA LETTURA:

“Unione europea e tutela dello Stato di diritto negli Stati membri”, di MARIO CARTA (Collana di Studi sull’Integrazione europea – Cacucci Editore 2020).

Il principio dello Stato di diritto è entrato a far parte del patrimonio giuridico dell'Unione europea in tempi relativamente recenti. La sua collocazione tra i valori sui quali si fonda l'Unione europea ha trovato un riconoscimento definitivo, in forza dell'articolo 2 del TUE, a seguito dell'entrata in vigore del Trattato di Lisbona, secondo il quale "L'Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell'uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini".

 

 


 

CAMPAGNA DI INFORMAZIONE SULL'EUROPA

20210421 EnricoLetta

 

20210421 ErnestoGalliDellaLoggia

 

 


 

EUROPA IN ONDA

Europa in onda 

Europa in Onda - il podcast che ti parla di Europa.

Podcast di attualità, cultura, generazione Erasmus. Una finestra di approfondimento su tutto ciò che attraversa l'Europa ogni due giovedì del mese.

Segui l'8a puntata, dedicata all'UE tra la liberazione del 25 aprile e la festa dell'Europa, con ospiti

Riccardo Pinto, Alessandro Franzoni e Giovanna Sissa.

Giovedì 29 aprile 2021 dalle 18.30 alle 19.30 in diretta streaming su https://tiny.cc/EuropaInOnda

A cura del MFE/GFE Genova

 

 

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