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Newsletter 4 Ottobre/2021 - ULTIME DA BRUXELLES

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MAGGIORE TRASPARENZA DELLE MULTINAZIONALI SU FATTURATO E TASSE PAGATE: UNA DECISONE ATTESA DA ANNI

Il mercato interno dell’Unione europea è un mercato unico dove sono garantite 4 libertà fondamentali: libera circolazione di beni, di servizi, di capitali e di persone e dove i cittadini europei possono liberamente viaggiare, soggiornare, circolare, investire, studiare e fare impresa.

Lo scopo principale di questo sistema è quello di favorire il benessere dei cittadini europei.

Negli ultimi anni però è stata da più parti sottolineata la mancanza di un legame tra economia reale e settore finanziario, che si è tradotto nel tempo in una crescente mancanza di fiducia dei cittadini europei verso l’Unione. È sempre di più avvertita, infatti, la necessità di una fiscalità europea adeguata ai redditi delle imprese e degli individui, che operano nel mercato unico, al fine di favorire la trasparenza e una sana concorrenza tra operatori economici, basata su condizioni di mercato omogenee, onde evitare disuguaglianze economiche e in ultima analisi sociali.

L’aliquota e l’imposizione fiscale dipendono infatti dai governi nazionali, quindi risultano spesso molto diverse nei vari Stati membri.

D’altro canto, pur non avendo una competenza primaria, l’UE ha comunque il compito di coordinare le norme e le aliquote fiscali degli Stati dell’Unione, le cui differenze potrebbero causare impatti economico sociali negativi e squilibri macroeconomici, quelli che si vuole sanare con le procedure del semestre europeo. Inoltre, l’Unione promuove la cooperazione tra i paesi membri per contrastare l’evasione e l’elusione fiscale ed i maggiori costi che da ciò derivano. Come si concilia la libertà di movimento dei capitali con tassazioni disomogenee? Portare il proprio reddito in un paese dove non si è prodotto ma con minor pressione fiscale non costituisce forse, seppur consentita, una forma di elusione/evasione fiscale?

Evidenti differenze, inoltre sussistono non solo tra Stati membri, ma anche tra questi ed il resto del mondo, con la conseguenza che in un’economia globalizzata condizioni di partenza diverse causano effetti negativi sulla concorrenza e quindi sui cittadini, finendo per ampliare le divergenze sociali tra Stati membri.

Come a suo tempo da molti sottolineato la pandemia ha decisamente accentuato tutto ciò rendendo la fiscalità uno dei temi prioritari su cui riflettere per un futuro dell’Europa migliore. Infatti, anche se gli interventi dell’Europa per contrastare la crisi economica e sociale sono stati eccezionali, non hanno né carattere strutturale e né sono supportati da un’adeguata politica fiscale, lasciando così l’Unione, in particolare quei paesi con debito/pil elevato, in una situazione in cui si interviene sulle emergenze in modo estemporaneo e limitato nel tempo, e quindi in un contesto di incertezza sull’evoluzione economica futura, che non favorisce investimenti privati nazionali ed internazionali. 

Quando si parla di fiscalità europea, oltre alle entrate che possono essere dirette in base a risorse proprie, vi sono quelle derivanti dall’imposizione fiscale dei singoli stati, che contribuiscono al bilancio dell’Unione sulla base del PIL.

Questa imposizione – come detto - varia da Stato a Stato. E questo è un punto molto importante su cui riflettere quando si parla di equità fiscale, di concorrenza tra imprese, di libero mercato, di elusione di tasse.

Diverse aliquote tra Stati favoriscono alcune imprese – soprattutto multinazionali – a delocalizzare i propri impianti e/o trasferire il reddito tassabile in quei paesi dove la pressione fiscale è meno forte con conseguenze negative non solo per il bilancio pubblico, ma anche per le altre imprese soprattutto piccole e medie, che si trovano ad agire in un regime di concorrenza sleale ‘autorizzata’.

Tutto ciò avviene anche a livello globale con paesi terzi rispetto all’Unione, creando una distorsione della concorrenza tra imprese anche a livello globale.

È quindi logico che da più parti si sottolinei l’urgenza di interventi per arginare questa disparità tra Stati membri tra loro e tra questi e gli stati non europei.

La direttiva CBCR (Country-by-Country Report) che modifica la direttiva 2013/34, approvata in questi giorni dal Consiglio in prima lettura, dopo che il Parlamento europeo aveva raggiunto un accordo sulla stessa lo scorso giugno imponendo un report per paese alle imprese multinazionali con un fatturato di oltre 750 milioni di euro, rappresenta un piccolo passo verso una maggiore trasparenza, giustizia fiscale e tutela della concorrenza.

Le imprese dovranno rendicontare alle Autorità dove hanno la sede legale l’ammontare del fatturato prodotto per paese, le relative tasse pagate e in quale paese e il responsabile di questo adempimento.

La particolarità risiede inoltre nel fatto che la stessa norma si applica anche a società multinazionali non europee ma operanti in Europa, in accordo con le indicazioni sia dell’OCSE che del G20.

La direttiva proposta dopo il consueto studio di impatto rispetta i principi di sussidiarietà (dal momento che è applicata per l’interesse superiore di evitare distorsioni del mercato) e proporzionalità in quanto sono escluse alcune multinazionali che già forniscono informazioni analoghe (per esempio le banche) e le PMI.

Pur accogliendo positivamente quest’atto normativo per la maggiore trasparenza a cui porterà, non si può non notare che continua a mancare una determinazione nell’approvare atti in grado di incidere realmente sul sistema fiscale europeo e degli Stati Membri, per attuare quell’armonizzazione richiesta da tutti e ormai improrogabile, sia per quanto riguarda le aliquote applicate, sia per quanto riguarda un Ministro delle finanze comune per dare impulso ad un settore estremamente strategico, sia per quanto riguarda il sistema decisionale ancora ancorato all’unanimità.

L’Europa che deve affrontare nuove sfide politiche ed economiche dovrà essere in grado di far fronte a possibili nuove emergenze sanitarie. È necessario che sia presto più forte e più unita, ma i tempi decisionali continuano a essere lunghi e dipendono da troppe variabili esterne nazionali (elezioni in Germania, Francia ecc.) e i passi che si compiono troppo brevi….

A volte si ha la sensazione che i governi nazionali continuano – per dirla con Greta – un bla bla bla….poco efficace.

Questa direttiva sulla trasparenza fa parte degli interventi previsti nello Action Plan della Commissione europea per un sistema di tassazione più equo del 2016. Sono dunque passati 5 anni per una decisione riguardante la mera informazione richiesta alle sole multinazionali con fatturato superiore a 750 milioni di euro, operanti in alcuni settori circa il luogo di produzione del reddito e il luogo di tassazione dei loro profitti. Di questo passo quando riusciremo a essere pronti e credibili a livello globale?

Anna Maria Villa

 

 

 

 

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