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Meloni non è la prima leader italiana alla guida di un partito europeo

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La stampa e i media in Italia hanno dato molto risalto all’elezione di Giorgia Meloni alla presidenza del Partito dei Conservatori e dei Riformisti Europei che era nato nel 2009 con la denominazione di Alleanza dei Conservatori e Riformisti Europei con la presenza determinante del Partito Conservatore nel Regno Unito e del Partito Diritto e Giustizia in Polonia. Fratelli d’Italia ha aderito al partito europeo nel 2019 in una conferenza programmatica (“Convenzione blu”) che si è svolta a Roma.

Alcuni quotidiani e vari TG hanno sottolineato il fatto che Giorgia Meloni sarebbe il primo leader italiano a salire alla presidenza di un partito europeo dimenticando che Emma Bonino è stata la prima presidente del Partito Radicale Transnazionale nel 1989, che Grazia Francescato è stata la prima portavoce della Federazione dei Verdi Europei costituita a Malta nel 2003 e che Monica Frassoni è stata copresidente (i verdi hanno sempre una copresidenza per rispettare l’equilibrio di genere, n.d.r.) del Partito dei Verdi europei dal 2009 al 2019 avendo co-presieduto a lungo il gruppo politico nel Parlamento europeo dove fu eletta alle elezioni europee in Belgio nel giugno 1994.

Vale anche la pena di ricordare che Alexander Langer è stato il primo presidente del Gruppo dei Verdi al PE nel 1989 e che fu confermato alla presidenza nel 1994 essendo poi sostituito, dopo la sua scomparsa nel 1995, da Adelaide Aglietta.

Il Partito dei Conservatori e dei Riformisti Europei è uno dei quindici partiti riconosciuti e finanziati dall’Unione europea dopo un lungo percorso che è iniziato tredici anni dopo le prime elezioni a suffragio universale e diretto del Parlamento europeo del giugno 1979, con il Trattato di Maastricht che, introducendo il principio della cittadinanza europea, definì il concetto di partito europeo come “un importante fattore per l’integrazione in seno all’Unione” e per contribuire “a formare una coscienza europea e ad esprimere la volontà politica dei cittadini dell’Unione” (art. 138A).

Il successivo Trattato di Amsterdam (1999) introdusse la possibilità del finanziamento pubblico europeo e il Trattato di Nizza (2003) precisò che “il Consiglio…determina lo statuto dei partiti politici a livello europeo, in particolare le norme relative al loro finanziamento” seguendo la procedura di codecisione con il Parlamento europeo.

Con un successivo regolamento fu stabilito che “il finanziamento dei partiti a livello europeo a carico dei bilancio generale dell’Unione europea o di qualsiasi altra fonte non può essere utilizzato per il finanziamento diretto o indiretto di altri partiti e in particolare dei partiti politici nazionali, che restano soggetti all’applicazione delle rispettive normative nazionali”.

Come sappiamo questa norma è stata aggirata in Francia dal movimento di estrema destra di Marine Le Pen e dal movimento centrista di François Bayrou i cui deputati europei hanno utilizzato gli stipendi dei loro assistenti parlamentari per finanziare i loro partiti nazionali costringendo fra l’altro la candidata alla commissione europea (già deputata europea e ministra della difesa) Sylvie Goulard a rinunciare alla candidatura.

Il Parlamento europeo ha deciso nel 2007 di dare la possibilità ai partiti europei di creare delle fondazioni a livello europeo e di affidare loro la responsabilità delle campagne per le elezioni europee.

La Commissione europea ha raccomandato nel 2013 ai partiti politici nazionali di informare i cittadini in merito alla loro affiliazione ai partiti europei e del loro sostegno al candidato alla presidenza della Commissione europea (Spitzenkandidat).

Infine è stata approvata dal PE e dal Consiglio nell’ottobre 2014 la regolamentazione destinata a disciplinare lo statuto dei partiti e delle fondazioni europee.

Nonostante tutte queste regole e raccomandazioni, le elezioni europee continuano ad essere basate su leggi elettorali nazionali – fatti salvi alcuni principi generali come quello del metodo proporzionale e il divieto della appartenenza a un governo o a un parlamento nazionale – e la grande maggioranza dei partiti nazionali non indica l’appartenenza ad un partito europeo e il sostegno allo Spitzenkandidat è stato sostanzialmente ignorato sia nel 2014 che nel 2019 così come la proposta di introdurre delle liste transnazionali – avanzata dal governo italiano nel 2013 e sostenuta dalla Francia e dal Belgio – è stata respinta dallo stesso parlamento europeo con una maggioranza formata dal PPE e dalle formazioni euroscettiche di destra (fra cui la Lega e Fratelli d’Italia).

Come abbiamo scritto all’inizio i partiti riconosciuti a livello europeo sono quindici (Partito Popolare Europeo, Partito del Socialismo europeo, Rinnova l’Europa, Partito Democratico Europeo, Verdi, Alleanza Libera Europea, Partito della Sinistra Europea, EUDemocrats, Alleanza dei Conservatori e Riformisti Europei, Movimento Politico Cristiano d’Europa, Alleanza Europea dei Movimenti nazionali, Identità e Democrazia, Alleanza per la pace e la Libertà, Alleanza per l’Europa delle Nazioni, Movimento per un’Europa della Libertà e della Democrazia) mentre i gruppi al Parlamento europeo sono sette (PPE, S&D, RE, Verdi, AECR, IED, GUE oltre ai non-iscritti a cui appartengono i deputati del Movimento 5 Stelle) il che vuol dire che deputati appartenenti a partiti europei diversi aderiscono a Bruxelles e a Strasburgo agli stessi gruppi politici, che – contrariamente ai parlamenti nazionali – le affinità fra partiti e gruppi europei sono molto deboli e che l’influenza dei partiti sui gruppi (e tanto più dei gruppi sui partiti) è praticamente inconsistente.

Da notare la frammentazione della destra euroscettica in ben nove partiti e minipartiti mentre le grandi famiglie politiche europeiste che rappresentano oltre l’80% dell’elettorato europeo si concentrano nel PPE, nel PSE, nei liberali di Rinnova l’Europa, nei Verdi e nel Partito della Sinistra.

Da notare infine che i deputati di Fratelli d’Italia e della Lega siedono a Bruxelles e Strasburgo nel Parlamento europeo in due gruppi diversi (AECR e IED) ma che appartengono invece allo stesso gruppo politico nella Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa.

PIER VIRGILIO DASTOLI

 

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