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DICHIARAZIONE "L’IPOTESI DI ACCORDO CON L’ALBANIA E I DIRITTI FONDAMENTALI DELLE PERSONE"

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italy albania migration agreement 20231108082745

Il Movimento europeo in Italia ha  promosso, dopo il Consiglio europeo straordinario del 9 febbraio 2023, una Petizione al Parlamento europeo ([1]) ritenendo che le decisioni, ed ancor prima l’approccio del Consiglio europeo, costituissero un pericolo di alterazione dell’equilibrio che, secondo le stesse disposizioni dei Trattati (soprattutto se interpretate alla luce della Carta dei diritti), deve sussistere tra le esigenze di governo dei flussi migratori e quelle di protezione dei diritti fondamentali dei cittadini di paesi terzi costretti o indotti a lasciare i loro paesi nella ricerca di una speranza di un futuro migliore.

Il Movimento europeo in Italia chiedeva al Parlamento europeo di respingere le conclusioni del Consiglio europeo e soprattutto il suo punto 23 con il quale si invitava la Commissione europea a mobilitare fondi e mezzi per rafforzare le capacità e le infrastrutture di protezione delle frontiere, dei mezzi di sorveglianza - compresa la sorveglianza aerea - e delle attrezzature.

Il Movimento europeo in Italia chiedeva inoltre al Parlamento europeo di pretendere di conoscere l’utilizzazione di questi fondi e di sapere quale parte sarebbe stata destinata anche al miglioramento dei sistemi di accoglienza. La Petizione ha avuto un numero di adesioni notevole, soprattutto tra universitari, magistrati ed avvocati nonché tra esperti ed attivisti dei diritti umani.

Lo sviluppo successivo nell’attività politica-istituzionale sovranazionale non ha fugato la  preoccupazione ([2]) che, in vista dell’approvazione del Migration Pact (certamente atto complesso e pluridimensionale) sulla base delle proposte di revisione del Parlamento europeo, venga unilateralmente promossa la sola parte della riforma delle politiche dell’immigrazione riguardante il controllo delle frontiere con la costruzione di barriere sempre più invalicabili e senza la predisposizione di strumenti di sostegno ai migranti che necessitano di aiuto (anche in mare) o che chiedono di attivare quel diritto di richiedere asilo e le altre forme di protezione internazionale solennemente riconosciuti agli artt. 18 e 19 della Carta dei diritti, con respingimenti in massa o rimpatri verso mete insicure  o con la delega a paesi terzi (la cosiddetta “esternazionalizzazione” delle frontiere) di dubbio affidamento umanitario.

Il Movimento europeo in Italia ha quindi organizzato partecipati webinar coinvolgendo tutte le organizzazioni ed anche molte Istituzioni che prestano attenzione ai fenomeni migratori nel nostro paese con attenzione alla tutela dei diritti fondamentali dei cittadini dei paesi terzi stabiliti da fonti interne, dell’Unione europea e del diritto internazionale.

Un recente incontro a Roma presso il CNR il 16 ottobre ([3]) ha visto la partecipazione e l’intervento di 50 organizzazioni che hanno fatto il punto sulla situazione, non solo in ordine alle misure ultimamente introdotte a pioggia  dal Governo Italiano (tre decreti in pochi mesi), da ultimo con il cosiddetto Decreto Cutro, ma anche sulle best practices di accoglienza ed integrazione (soprattutto sul lato dell’integrazione nel mercato del lavoro) nel nostro paese essenziali per ribaltare l’attuale approccio che considera una minaccia per la nostra sicurezza e prosperità il fenomeno migratorio, nonostante il plateale calo demografico e la mancanza di centinaia di migliaia di posti lavorativi nel sistema produttivo interno.

La nostra preoccupazione è tanto più forte tenuto conto dell’attuale mancanza di una disciplina organica sovranazionale stante la difficoltà avutasi in questi anni nell’approvazione del Migration  Pact, che, come tutte le discipline dell’Unione europea, dovrebbe garantire il rispetto rigoroso delle disposizioni della Carta dei diritti così come interpretata dalla Corte di giustizia (in collaborazione con la Corte di Strasburgo ex art. 52 della stessa Carta).

Nell’attuale incertezza delle competenze tra Unione europea e Stati membri, questi ultimi potrebbero muoversi in ordine sparso compromettendo i diritti già assicurati dalla disciplina esistente dell’Unione europea o indicando una strada non rispettosa dei valori di umanità e solidarietà (in primis nei confronti delle persone in situazioni di così grave emergenza e pericolo da abbandonare i loro paesi) che dovrebbero conformare l’ordinamento europeo anche per l’avvenire.

È questo sicuramente il caso dell’ipotesi di accordo intervenuto tra il governo italiano e quello albanese da quel si può ricostruire esclusivamente da fonti mediatiche in quanto non è noto il testo ufficiale dell’ipotesi di accordo (e dei suoi Protocolli attuativi).

Appare incredibile che, anche laddove esso venisse completato, il testo non sarebbe sottoposto al voto parlamentare e neanche all’esame delle Camere perché il Governo lo considera un momento di mera specificazione (di “rafforzamento”) di precedenti accordi di collaborazione tra i due paesi.

L’unica verifica istituzionale sarà quindi quella che ha già annunciato l’Unione europea (e per essa la Commissione) che già si è posta il problema del rispetto della normativa europea e del diritto internazionale. La strada italiana potrebbe essere peraltro replicata (anche se non se ne conoscono ancora le forme) da altri stati membri.

Nell’ipotesi (sempre che abbia un seguito) italiana, l’esternalizzazione delle frontiere assumerebbe un carattere radicale in quanto l’Italia costruirebbe centri di trattenimento in due località del territorio albanese per contenervi migliaia di migranti in attesa dell’esame delle loro domande di asilo e protezione internazionale e, quindi, di trasferimento in Italia in caso di accoglimento o di respingimento in caso di rigetto.

Sembrerebbe che questa misura di detenzione in un paese terzo sia prevista solo per coloro che provengono da paesi cosiddetti sicuri, escluse donne, bambini e “persone fragili” e solo se vengono soccorsi dalla Marina Militare o dalla Guardia costiera italiane (e non dalle ONG), secondo lo schema del cosiddetto “Decreto Cutro”.

La sorveglianza sui migranti sarebbe realizzata da personale italiano così come lo svolgimento delle pratiche per l’esame delle domande e le operazioni di eventuale rimpatrio, in modo che i richiedenti asilo non vengano a contatto in alcun modo con le autorità albanesi o con le loro forze di polizia (che comunque in casi di emergenza possono entrare nei due centri). In assenza dei dettagli di questo accordo (forse ancora neppure stabiliti dai due stati contraenti) sono più che evidenti le criticità del nuovo istituto della “detenzione in paesi terzi”.

Come si potrà realizzare un controllo efficiente sul rispetto dei diritti all’asilo ed alla protezione internazionale in condizioni così anomale? Come potranno gli uffici italiani ed eventualmente le autorità giurisdizionali garantire l’esercizio imparziale e razionale delle proprie funzioni, che già sono in affanno nel territorio italiano, anche in terra albanese? Quanto durerà la detenzione di fatto? Come verranno inseguiti i migranti in ipotesi in fuga all’interno di un paese che non è all’avanguardia nel settore della giustizia e della pubblica sicurezza e che deve ancora adottare riforme interne in vista della sua adesione all’Unione europea? Come si assicurerà il potere di ispezione ed ascolto del Garante per i detenuti sulle condizioni delle persone trattenute? È questo tipo di detenzione di innocenti compatibile con le attuali norme dell’Unione europea in materia e con le disposizioni delle due Carte dei diritti continentali (quella di Nizza e la Convezione dei diritti dell’Uomo) e la giurisprudenza delle due Corti europee?

Già alcuni giudici hanno disapplicato l’ultima normativa interna che sembrerebbe il presupposto di questo meccanismo, per giunta per casi di trattenimento in centri italiani. Il Giudice di Firenze ha poi disapplicato l’etichettamento di paese sicuro della Tunisia (che potrebbe riguardare anche altri paesi) tenuto conto che l’elenco del Ministero dell’Interno non è revisionato da anni.

Il Movimento europeo in Italia condivide quindi l’allarme che molte organizzazioni che si occupano di diritti umani hanno lanciato in questi giorni (a cominciare da Amnesty international) su quest’ipotesi di accordo (o Patto o Protocollo che sia), e chiede che venga pubblicato ufficialmente con i suoi allegati applicativi e sottoposto alla verifica ed al voto parlamentare.

Il Movimento europeo in Italia chiede alla Commissione europea lo scrupoloso esame del testo (che il Governo ha dichiarato di voler trasmettere all’Unione europea) nella sua completezza alla luce della giurisprudenza delle due Corti europee e del diritto internazionale e di riferire al Parlamento italiano ed europeo i risultati di questa verifica.  

Roma, 10 novembre 2023

 

[1] https://movimentoeuropeo.it/blog/le-nostre-notizie/2432-petizione-al-parlamento-europeo-sul-rispetto-del-diritto-internazionale-dei-valori-dell-unione-e-dei-diritti-fondamentali

[2] Cfr. l’Editoriale di Pier Virgilio Dastoli L’accordo di Lussemburgo è antistorico e un pessimo segnale per l’Europa, Newsletter del Movimento europeo  12.6.2023

[3] https://www.radioradicale.it/scheda/710802

 

 

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