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IL CIME E LA CRISI DELL’EURO

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Anche il presidente del CIME, Pier Virgilio Dastoli prende posizione sulla crisi dell’Eurozona con un articolo pubblicato oggi (27 luglio 2011) su IL RIFORMISTA (pag.6) , del quale si riporta il testo integrale:


Euro: sistema inefficace
L’UE è catatonica


“L'Europa indigna”, titolava il francese Libération alla vigilia del Vertice straordinario dei 17 capi di Stato e di governo della zona Euro chiamato a salvare la Grecia dal fallimento (default) e con la Grecia a salvare l'intero progetto europeo. “Agli occhi dei suoi cittadini - ricordava Libération – l'Europa è diventata sinonimo di austerità”. Ora con molti distinguo e meccanismi rigidissimi di monitoraggio, la Grecia o meglio i greci avranno trent'anni di tempo per rimborsare i loro debiti restituendo anno dopo anno prestiti pubblici e privati ad un tasso di interesse non inferiore al 3.5% in una situazione di incertezza tale che lascia aperta la possibilità a defaul selettivi. Su questo giornale Sergio Sergi ha ricordato i ritardi, le incertezze, le ambiguità e le contraddizioni dei governi nazionali, oggi a maggioranza conservatrice ma, nel periodo aureo della costruzione europea ispirata da Delors, a maggioranza socialdemocratica. L'Unione economica e monetaria fu costruita pezzo per pezzo in quegli anni, dando la priorità alla moneta e non all'economia e privilegiando l'obiettivo tendenzialmente conflittuale della competitività rispetto a quelli della crescita sostenibile e della solidarietà. Con una buona dose di miopia poi la Costituzione europea prima ed il Trattato di Lisbona poi hanno escluso a priori il rischio che i paesi della zona Euro potessero fallire addossando questo rischio sulle spalle dei soli paesi in deroga e cioè di quelli che per ragioni obiettive o di decisione politica sono rimasti al di fuori dell'Euro.
“La ripresa è ben avviata e l'Euro poggia su fondamentali economici sani” recita con allegro ottimismo la dichiarazione finale del Vertice di Bruxelles. Che l'ottimismo sia di casa a Justus Lipsius (il palazzo del Consiglio Europeo a Bruxelles, ndr) non stupisce ma, giustamente, Sergio Sergi si stupisce del fatto che tale ottimismo possa essere condiviso dalla famiglia socialista e socialdemocratica arrivando al punto di sostenere (Fassina su L'Unità del 22 luglio) che i governi conservatori “hanno imboccato il sentiero tracciato da PSE e PD sin dal 2009”. Certo, l'Unione europea ha evitato all'ultimo momento di cadere nel baratro ma il sistema europeo è per sua natura inefficace, lento, inadeguato e senza garanzia di continuità. Per dirla usando una diagnosi psichiatrica, l'Unione presenta i sintomi classici dello stato catatonico: rigidità, acinesia, mutacismo, ripetizione delle parole, improvvise ed inaspettate fughe in avanti. Per mesi la famiglia socialista ha contestato il carattere scarsamente democratico e poco trasparente che deriva dall'interpretazione che i governi hanno dato del Trattato di Lisbona, ha denunciato la priorità assoluta data alla stabilità ed al rigore e la mancanza di obiettivi, di politiche e di strumenti per garantire crescita sostenibile e solidarietà, ha chiesto un piano europeo di rilancio dell'economia finanziato da Eurobond con una forte componente sociale come aveva proposto lo stesso Monti nel suo rapporto sul Mercato . Nessun impegno in questa direzione è stato preso dai governi dei 17 e sarà difficile che il timone della nave europea cambi rotta al Consiglio europeo dei 27 quando si riunirà in settembre. L'alternativa, diceva Spinelli, non è fra federalismo o confederalismo, ma fra federalismo od anarchia e cioè fra un sistema di regole e valori comuni basato sul principio della solidarietà o un sistema senza regole o con regole stabilite dal mercato dove prevale la legge del più forte. Serve una coalizione di innovatori che, a partire dall'alleanza fra Parlamento europeo e la società civile trasformi in progetto politico la “indigazione” di cui parla Libération.

 

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