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L’associazione nazionale dei sindaci lo aveva già annunciato a novembre: il cosiddetto “decreto sicurezza”, voluto dal Ministro dell’interno @Salvini, avrebbe creato insostenibili problemi giuridici e sociali alle amministrazioni comunali provocando l’effetto contrario a quello per cui ne è stata invocata l’urgenza: l’abolizione della protezione umanitaria, il prolungamento del periodo di detenzione dei richiedenti asilo, la chiusura degli SPRAR, il rifiuto dell’iscrizione anagrafica dei residenti legali non incidono sui diritti degli italiani, aumentano il numero degli immigrati irregolari e illegali e accrescono gli spazi di intervento della piccola e grande criminalità con maggiore e non minore insicurezza.

La prima questione che coinvolge direttamente i sindaci riguarda le procedure per la concessione della residenza anagrafica agli stranieri provenienti da paesi al di fuori dell’UE o con i quali l’Italia o l’UE hanno sottoscritto accordi di associazione. Con correttezza costituzionale, il sindaco di Palermo Leoluca Orlando richiama gli articoli 2, 14, 16 e 32 della nostra Carta e le sentenze della Corte Costituzionale del 1997, 2001, 2005, 2006 e 2008 che affermano concordemente che “lo straniero è anche titolare di tutti i diritti fondamentali che la Costituzione riconosce spettanti alla persona… In particolare, per quanto qui interessa, ciò comporta il rispetto, da parte del legislatore, del canone della ragionevolezza, espressione del principio di eguaglianza che, in linea generale, informa il godimento di tutte le posizioni soggettive”.

Per quanto riguarda le procedure di concessione della residenza anagrafica da parte dei servizi comunali ai cittadini, la richiesta dei sindaci di sospendere l’applicazione della Legge 132/2018 (il cosiddetto “decreto sicurezza”) richiede da parte dell’autorità giudiziaria – nel caso di eventuali denunce o ricorsi preannunciati dal Ministro dell’interno – l’obbligo di sollevare in via incidentale davanti alla Consulta il dubbio di costituzionalità della Legge e la sua conformità con le norme europee e internazionali. In questo caso non ci troveremmo di fronte ad uno o più casi di disobbedienza civile ma ad un conflitto istituzionale fra lo Stato ed i Comuni che può essere risolto solo dalla valutazione delle Corte Costituzionale. Per quanto poi riguarda le norme europee, l’autorità giudiziaria nazionale può investire la Corte di Giustizia dell’Unione europea sulla base dell’art. 267 del Trattato di Lisbona.

Nel caso in cui i sindaci ritengano che la Legge viola diritti umani essenziali sanciti dalla nostra Carta o norme europee e/o internazionali per quanto riguarda la protezione umanitaria ci troveremmo di fronte a casi di Civil Disobedience che consente a qualunque autorità di ribellarsi ad una legge ritenuta ingiusta e non conforme alla Carta dei Diritti fondamentali e alle Convenzioni di Ginevra e di Amburgo.

Vale la pena di ricordare (come sta facendo il Movimento europeo pubblicando la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea www.movimentoeuropeo.it) che gli articoli 1 (dignità umana), 3 (integrità della persona), 4 (proibizione di trattamenti degradanti), 6 (libertà e sicurezza). 7 (rispetto della vita privata e familiare), 10 (libertà di pensiero e religione), 11 (libertà di espressione), 12 (libertà di riunione e associazione), 14 (diritto all’istruzione), 15 (diritto di lavorare), 18 (diritto di asilo), 19 (protezione in caso di allontanamento e di espulsione), 20 (uguaglianza), 21 (non discriminazione), 24 (diritti del minore), 25 (diritti degli anziani), 26 (diritto delle persone con disabilità), 29 (diritto di accesso ai servizi di collocamento), 30 (tutela in caso di licenziamento ingiustificato), 31 (diritto a condizioni di lavoro giuste e eque), 32 (divieto del lavoro minorile), 34 (sicurezza sociale), 35 (protezione della salute), 45 (libertà di circolazione e di soggiorno per i cittadini dei paesi terzi che risiedono legalmente nel territorio di uno Stato membro), 47 (diritto a un ricorso effettivo e a un giudice imparziale) riguardano tutte le persone che stanno all’interno dell’Unione senza distinzione fra cittadini europei e cittadini di paesi terzi.

Pier Virgilio Dastoli
3 gennaio 2019

 

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Tardivamente cresce nella società italiana il rifiuto dell’Editto Salvini.
Tardivamente: perché la società italiana avrebbe dovuto reagire con la forza della ragione nel momento in cui l’Editto è stato presentato alle Camere per far prevalere la ragione della forza.

Tardivamente: perché deputati e senatori avrebbero dovuto essere chiamati a rispondere con il rifiuto a un atto che violava la Costituzione sia nella forma, non essendoci nessuna ragione di urgenza, sia nella sostanza considerando gli effetti dirompenti dell’Editto sui principi della protezione umanitaria, sui diritti acquisiti delle persone, sul diritto alla sicurezza e sulla sicurezza dei diritti.

Tardivamente: perché il principio della separazione dei poteri definito nella Costituzione si articola in limiti che possono e debbono essere attivati da chi è garante del rispetto di questi limiti prima che essi vengano superati.

Tardivamente: perché il rischio di una violazione grave e persistente dei valori dell’Unione europea e della Carta dei diritti fondamentali avrebbe dovuto essere denunciato dalle istituzioni europee prima che tale rischio si trasformasse in realtà.

Ora che l’Editto Salvini è diventato Legge dello Stato con l’approvazione – attraverso un voto di fiducia – del Decreto governativo chiamato “della sicurezza” si tratta di attivare i limiti previsti dalla Costituzione, dalle norme europee e dalle convenzioni internazionali affinché siano rispettati i diritti fondamentali.

Quali sono questi limiti?

Il primo limite riguarda la valutazione della costituzionalità dell’Editto che può a avvenire o attraverso un ricorso incidentale davanti alla Corte costituzionale sollevato da un’autorità giudiziaria, autonomamente o per risolvere una questione civile o penale legata ad un procedimento nei confronti di un’amministrazione locale ritenuta responsabile di un abuso di potere. Il ricorso può avvenire anche nei confronti della Corte di Giustizia dell’UE per chiedere una interpretazione dei Trattati o di norme adottate in conformità dei trattati al fine di verificare se debba prevalere il primato del diritto dell’Unione o la legge nazionale. Più lunga è la procedura prevista dalla Convenzione europea dei diritti dell’Uomo e delle Libertà fondamentali che consentirebbe a un cittadino di un paese terzo - a cui non venga riconosciuto, nei tre gradi di giudizio, il diritto di residenza legale – di rivolgersi alla Corte dei diritti dell’Uomo del Consiglio d’Europa affinché questo diritto gli sia riconosciuto in base alla Convenzione.

Il secondo limite riguarda il diritto dei cittadini italiani ad ottenere l’abrogazione di una legge attraverso il referendum popolare previsto dall’art. 75 della Costituzione italiana. La procedura può durare almeno un anno e mezzo a meno che non si mettano di traverso delle elezioni politiche anticipate che allungherebbe i tempi di altri dodici mesi. Un referendum abrogativo dell’Editto Salvini può essere chiesto da cinque consigli regionali o da 500.000 elettori, in questo caso a seguito di una proposta avanzata da cinque elettori e sottomessa al controllo di legittimità della Corte di Cassazione che consente loro di avviare in tre mesi la raccolta delle firme necessarie per la pronuncia della Corte costituzionale sulla conformità della proposta con il dettato della Costituzione.

Nel referendum abrogativo dell’Editto Salvini dovrebbe essere richiesta anche la soppressione parziale della Legge 12 giugno 1990 n. 146, del D.L. 30 marzo 2001 n.165 e del D.P.C.M. del 30 aprile 2014 che consentono al Presidente del Consiglio di delegare l’esercizio delle sue funzioni e dei suoi poteri in materia di immigrazione al Ministro dell’Interno a cui dovrebbero essere attribuite invece le sole responsabilità politiche e i poteri di indirizzo quale autorità nazionale di pubblica sicurezza (autorità che non gli consente di indossare la divisa della polizia, ndr) e le tematiche afferenti alle autonomie locali e territoriali con esclusione del Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione, restando alle esclusive responsabilità politiche e i poteri di indirizzo del Presidente del Consiglio queste ultime due materie. I promotori del referendum abrogativo dovrebbero annunciare una proposta di legge di iniziativa popolare per un riordino delle attribuzioni e dei poteri ministeriali al fine di creare un ministro con portafoglio per le libertà civili, i diritti fondamentali e l’immigrazione.

Pier Virgilio Dastoli
3 gennaio 2019

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Fra i tanti slalom compiuti dal governo Conte nella Legge di Bilancio - che dovrebbe essere definitivamente approvata dalla Camera entro oggi (29 dicembre) ed essere poi sottoposta alla firma del Presidente della Repubblica e alla pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale entro il 31 dicembre 2018 evitando l’esercizio provvisorio - vi è quello relativo alla tassazione agevolata per gli enti cosiddetti del Terzo Settore (ETS) a cui si è applicata finora un’aliquota IRES del 12% e che il Presidente del Consiglio avrebbe voluto equiparare ai profitti di tutte le imprese raddoppiando l’aliquota al 24% con un maggiore introito per lo Stato di 120 milioni di Euro nel 2019.

Con una insostenibile leggerezza la sottosegretaria Castelli aveva tentato maldestramente di difendere l’eliminazione della tassazione agevolata affermando che essa avrebbe riguardato “solo i profitti degli enti non profit” e dimenticando che la legge vieta a tali enti di fare profitti obbligandoli a impiegare gli utili o gli avanzi di gestione per la realizzazione di attività istituzionali.

Solo dopo le vivaci proteste di tutto il settore degli enti non profit, prima il vicepremier Di Maio e poi lo stesso Conte - autore della sciagurata decisione - hanno pre-annunciato lo slalom chiarendo che il raddoppio resterà nella Legge di Bilancio per il 2019 ma che esso sarà “rivisto nel primo provvedimento utile” poiché l’entrata in vigore della Legge entro il 31 dicembre 2018 ne impedisce la cancellazione immediata.

La norma sarà dunque provvisoriamente vincolante dal 1° gennaio 2019 e si applicherà alle oltre trecentomila associazioni di promozione sociale, fondazioni, organizzazioni del volontariato, ONLUS, imprese sociali, ONG, che operano in Italia con più di un milione di addetti e cinque milioni di volontari, generando un reddito di decine di miliardi che provengono solo in piccola parte dal settore pubblico.

L’aumento delle diseguaglianze, l’invecchiamento della popolazione, lo spopolamento delle aree interne, la riduzione drastica delle entrate dei comuni con il calo drammatico degli investimenti sociali di lunga durata, i tagli nella cultura e nei beni pubblici di natura sociale, la necessità e l’urgenza di sostenere le politiche di accoglienza e di inclusione dei nuovi cittadini hanno reso ancora più indispensabile l’azione di questi enti.

E’ bene che si sappia che l’emendamento Conte alla Legge di Bilancio con il raddoppio dell’IRES per gli Enti del Terzo Settore non è stato il frutto di un errore ma che esso fa parte di una più ampia politica del governo giallo-verde che tende a colpire ed a marginalizzare ampi settori della società italiana simbolo della solidarietà e dell’economia sociale, come è avvenuto con il Decreto Sicurezza per l’esperienza degli SPRAR o per i comuni dell’accoglienza rappresentati prima da Badolato e poi da Riace o per l’azione delle ONG nel Mediterraneo.

E’ bene che si sappia che il governo Conte non si è limitato a tentare il colpo di mano sul raddoppio dell’IRES per gli Enti del Terzo Settore ma che ha bloccato le misure di attuazione del Codice del Terzo Settore - che aveva ottenuto, per la parte relativa alle agevolazioni fiscali, l’accordo dell’Unione europea – pur sapendo che le nuove disposizioni entreranno in vigore il 1° gennaio 2019 e che il mancato completamento legislativo italiano creerà confusione e inefficienze nel settore alla vigilia della progressiva armonizzazione europea nel 2020.

Lo spazio unico senza frontiere, anche fiscale, esige norme comuni europee non solo sulla tassazione delle imprese sociali ma anche sulle donazioni, le successioni, l’IVA e l’organizzazione del volontariato per non parlare della tassazione delle rimesse degli immigrati nei paesi di origine.

Dovremo seguire con attenzione, giorno per giorno e legge per legge, l’azione del governo a partire dal “primo provvedimento utile” necessario per ripristinare la tassazione agevolata dell’IRES agli Enti del Terzo Settore immaginando azioni di disobbedienza fiscale collettiva nel caso in cui il governo tenti un nuovo colpo di mano.
Dovremo infine riflettere sull’opportunità dl una petizione al Parlamento europeo che sarà eletto il 26 maggio 2019 (al cui interno agisce già un intergruppo del Terzo Settore) e – dopo l’approvazione del nuovo regolamento per le iniziative di cittadini europei – su una proposta di legge popolare europea che apra la strada ad una riorganizzazione del settore in Europa a cominciare dal volontariato sostituendo il “servizio volontario europeo” con un vero e proprio “servizio civile europeo”.

Pier Virgilio Dastoli
30 dicembre 2018

 

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L’Unione europea non è ancora uscita dal tunnel della crisi il cui inizio viene normalmente fissato il giorno del black Monday quando il fallimento della Banca Lehman Brothers trascinò prima le borse di quasi tutto il mondo e poi il sistema finanziario internazionale.

Per la prima volta nella sua storia, la crisi del progetto europeo potrebbe rendere reversibile il cammino dell’integrazione che non vuol passare dall’integrazione alla disintegrazione ma mettere ulteriormente in discussione i valori fondanti del progetto e l’acquis comunitario e cioè il patrimonio delle realizzazioni garantite dal metodo comunitario.

La globalizzazione e l’interdipendenza fra i sistemi economici, finanziari e sociali delle diverse aree del mondo hanno reso l’Unione europea la dimensione ottimale per garantire alle sue cittadine e ai suoi cittadini opportunità che non possono essere garantite dalle distinte dimensioni nazionali: spazio comune di libertà e giustizia, diritti dei consumatori, competitività e convergenza dei sistemi produttivi, investimenti strutturali di lunga durata, lotta al cambiamento climatico e transizione ecologica, coesione sociale e territoriale, governo dei flussi migratori, sicurezza interna ed esterna, difesa dello stato di diritto, società dell’intelligenza artificiale….

Alcune di queste opportunità si sono tradotte in politiche comuni grazie al metodo comunitario: iniziativa legislativa della Commissione, codecisione fra il Parlamento europeo e il Consiglio (con il voto a maggioranza), primato del diritto dell’Unione, ruolo delle istituzionali sovranazionali di controllo (Corte di Giustizia e Corte dei Conti), last but not least politica monetaria integrata governata dalla BCE.

Altre e più ampie opportunità sono state fissate dal Trattato (suggeriamo di rileggere attentamente l’art. 3 del Trattato sull’Unione europea e la Carta dei diritti fondamentali) ma sono rimaste allo stato virtuale perché affidate non solo alla buona volontà dei governi ma soprattutto al funzionamento degli ingranaggi intergovernativi: iniziativa dei governi, decisione all’unanimità del Consiglio europeo (o, nel caso dell’UEM, dell’Eurogruppo), primato delle sovranità nazionali, ruolo di controllo o piuttosto di interdizione di istituzioni nazionali (parlamenti nazionali o talvolta sub-nazionali, Corti costituzionali).

La crescita qualitativa e quantitativa delle materie soggette all’interdipendenza e cioè inserite nella dimensione europea non è stata accompagnata dal rafforzamento del metodo comunitario ma – con l’eccezione rilevante dei vincoli legati alla governance centralizzata dell’Eurozona (fiscal compact, six pack, two pack, trojka, semestre europeo) – dal ruolo preponderante degli ingranaggi intergovernativi e in particolar modo del Consiglio dei capi di Stato e di governo in tre configurazioni: a 28 per tutta l’Unione, a 27 dopo la domanda di recesso del Regno Unito, a 25 per i paesi aderenti al fiscal compact e a ancora a 25 per la cooperazione strutturata per la difesa e a 19 per l’Eurozona.

Si è così allargata la distanza e dunque la contraddizione fra due sistemi paralleli: quello della constituency economica e monetaria centralizzata (ma non federata) nella sua dimensione europea e quello della rete di tante constituencies politiche, tante quanti sono gli Stati nazionali. In materia economica, finanziaria, fiscale e monetaria la constituency europea ha “costituzionalizzato” la fine delle sovranità nazionale ma la dimensione europea è, di fatto, senza sovranità reale: come scrisse Barbara Spinelli (Einaudi, 2014) la sovranità europea è assente aggiungendo che “solo se l’Europa diventa lo spazio dove si organizza la politica e la discussione democratica – se diventa l’istituzione intermedia fra Stati e mondializzazione, fra cittadini e mercati anonimi – ciascuna nazione potrà ridivenire padrona di sé. Altro che Europa light, senza più regole (o meglio di regole decise dai mercati, ndr). Di un’Europa pesante c’è bisogno e di regole stringenti ma radicalmente diverse”.

Intorno al capezzale dell’Unione ammalata si affaccendano molti medici ciascuno con le proprie diagnosi sulle origini della malattia e prognosi sul suo decorso a cui si affiancano sempre più numerosi gli “angeli della morte”. Le cure somministrate finora sono servite a poco e l’Unione non è ancora uscita dal tunnel della crisi.

L’ultima équipe medica si è riunita intorno all’economista francese Thomas Piketty. La diagnosi conferma il giudizio di molti sull’assenza o sull’inadeguata presenza nell’organismo europeo di un tasso sufficiente di democrazia da cui derivano sottoinvestimenti strutturali, aggravamento delle diseguaglianze, accelerazione del riscaldamento globale e crisi nell’accoglienza di migranti e rifugiati. Se non si affronta la questione della dimensione democratica europea la prognosi fatta dalla nuova équipe medica è di un ulteriore smantellamento dell’Europa di oggi.

La via migliore sarebbe quella di una profonda trasformazione delle istituzioni e delle politiche europee che richiederebbe una revisione dei trattati attuali. Poiché questa via è lunga e non esisterebbero né la volontà politica di intraprenderla né un soggetto o più soggetti pronti a proporla a livello europeo, l’èquipe di Piketty propone una cura fondata in larga parte sugli ingranaggi nazionali: un’assemblea europea – distinta e indipendente dal Parlamento europeo – composta dall’80% di deputati designati dai parlamenti nazionali e 20% di deputati europei chiamata a decidere, di comune accordo con i ministri delle finanze dell’Eurogruppo, un bilancio annuale dell’Eurozona con un tetto del 4% del PIL dei paesi aderenti e finanziato da quattro grandi imposte europee: gli utili delle grandi imprese, una tassa sui redditi superiori a 200.000 Euro all’anno e una tassa sui patrimoni superiori a 1 milione di Euro, un’imposta sulle emissioni di anidride carbonica con un prezzo minimo di 30 Euro a tonnellata.

Assemblea europea e bilancio sarebbero inseriti in un trattato internazionale (“un trattato di democratizzazione europea”) adottato almeno dai quattro grandi paesi dell’Eurozona – Francia, Germania, Italia e Spagna – e ratificato dai parlamenti nazionali per entrare in vigore il 1° giugno 2019.

Poiché non si può sapere in anticipo quali stati adotteranno il Trattato è impossibile prevedere l’ammontare delle entrate e delle spese legate al 4% del PIL e le quattro imposte – decise al di fuori del quadro comunitario – dovrebbero essere decise e introdotte a livello nazionale per poi essere versate come contributo nazionale al bilancio dell’Eurozona (o di parte dell’Eurozona). Il Trattato precisa chi rappresenterà l’autorità legislativa (Assemblea e Eurogruppo) ma non indica come e da chi saranno gestiti (=governati) e governati gli investimenti che, legati a un bilancio a scadenza annuale, saranno privi di programmazione a medio e lungo termine.

Tornando all’obiettivo indicato più sopra da Barbara Spinelli (“uno spazio dove si organizza la politica e la discussione democratica”) è difficile immaginare che la democratizzazione proposta dall’équipe di Piketty possa risolvere miracolosamente il problema centrale dell’assenza di sovranità a livello europeo, che i partiti europei si organizzeranno per conquistare un inesistente potere politico europeo e che una tale cura possa produrre investimenti strutturali di lunga durata, ridurre e eliminare le diseguaglianze, combattere il riscaldamento globale e risolvere la crisi dell’accoglienza di migranti e rifugiati.

La volontà politica deve essere costruita intorno a una mobilitazione delle cittadine e dei cittadini europei, definendo in primo luogo il perimetro al cui interno collocare la sovranità sapendo che le nostre società richiedono sovranità multilivello a cui corrispondono differenti livelli di strutture democratiche di cui ciascuna deve essere fondate in primo luogo (ma non solo) sul suffragio universale e diretto e sul doppio principio “no taxation without representation” e “no representation without taxation”.

Le Comunità europee hanno compiuto quasi quarant’anni fa un sostanziale passo in via della definizione di un perimetro europeo al cui interno collocare una parte della sovranità con l’elezione a suffragio universale e diretto del Parlamento europeo - come cittadella della democrazia europea e spazio vitale per le (ancora embrionali) famiglie politiche europee – e l’Unione ha poi stabilito il conseguente principio dell’incompatibilità fra il mandato europeo e quello nazionale.

Privilegiando gli ingranaggi nazionali rispetto a quelli europei l’équipe di Piketty rischia di non curare la malattia e di aggravare l’insufficienza nell’organismo dell’Unione di una dose adeguata di sovranità indispensabile per rafforzarne la natura democratica.

Chiediamo all’équipe di Piketty di condividere l’appello che propone di affidare la missione di proporre una profonda trasformazione delle istituzioni e delle politiche europee al prossimo Parlamento europeo come costituente permanente (secondo la definizione di Willy Brandt) promuovendo la creazione - prima delle elezioni europee – di coalizioni di innovatori.

Poiché non siamo entomologi chiusi in laboratorio, proponiamo(ci) come candidati alle elezioni in un Parlamento costituente ciascuno in un paese diverso dal nostro affinché le coalizioni di innovatori siano realmente europee.

PIER VIRGILIO DASTOLI
13 dicembre 2018

 

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“La linea di divisione fra partiti progressisti e partiti reazionari cade ormai non lungo la linea formale della maggiore o minore democrazia, del maggiore o minore socialismo da istituire, ma lungo la sostanziale nuovissima linea che separa quelli che concepiscono come fine essenziale della lotta quello antico, cioè la conquista del potere politico nazionale – e che faranno, sia pure involontariamente, il gioco delle forze reazionarie lasciando solidificare la lava incandescente delle passioni popolari nel vecchio stampo, e risorgere le vecchie assurdità – e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido Stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopereranno in primissima linea come strumento per realizzare l’unità internazionale”.

Così scriveva il Manifesto di Ventotene nell’inverno del 1941 definendo i compiti del dopoguerra concludendo:

“Se ci sarà nei principali paesi europei un numero sufficiente di uomini che comprenderanno ciò, la vittoria sarà in breve nelle loro mani, poiché la situazione e gli animi saranno favorevoli alla loro opera.  Essi avranno di fronte partiti e tendenze già tutti squalificati dalla disastrosa esperienza dell’ultimo ventennio. Poiché sarà l’ora di opere nuove, sarà anche l’ora di uomini nuovi: del movimento per l’Europa libera e unita”.

Il testo esiste in tutte le lingue dell’Unione europea (e anche in arabo !) e varrebbe la pena di diffonderlo in tutta Europa nei movimenti che stanno nascendo qua e là, in modo spesso spontaneo e nella maggior parte dei casi l’uno indipendente dagli altri nella solitaria convinzione che il metodo scelto e l’obiettivo adottato come prioritario da ciascuno di essi sia il migliore per sconfiggere quelli che il “Manifesto” chiamava partiti reazionari.

Pulse of Europe, Soul for Europe, New Europeans, Civico, Volt, 13-10, Alliance Europa, Stand up Europe, DIEM25, PeoplesEuropeForum, Change of Course in Europe, Citizens for Europe, Democracy International, Civil Society Europe, Empower e la campagna di contro-informazione del Movimento europeo (www.movimentoeuropeo.it) sono alcune delle innumerevoli iniziative che si sono affiancate alle manifestazioni popolari contro la democrazia illiberale a Varsavia, a Budapest e a Praga o contro il Brexit nel Regno Unito ma che non hanno ancora trovato una strada comune per forgiare un unico movimento “per l’Europa libera e unita”.

Nella maggior parte dei casi questi movimenti sono nati e restano al di fuori dei partiti tradizionali, non hanno nulla a che fare con gli inconsistenti partiti europei, sono per natura transnazionali e agiscono indipendentemente dalle organizzazioni federaliste che a loro volta hanno evitato di “contaminarsi” con i nuovi movimenti nella convinzione che il loro tasso di federalismo sia quasi inesistente.

Tutto ciò avviene mentre sono in atto manovre più o meno scoperte per far convergere in un unico contenitore i partiti o movimenti sovranisti che in alcuni casi sono giunti al governo (Italia, Austria, Bulgaria, Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca) ma che, in generale, condizionano dall’esterno gli orientamenti delle forze politiche tradizionali su temi sensibili come l’immigrazione, la sicurezza, la povertà e le diseguaglianze.

Rovesciando il ragionamento del Manifesto di Ventotene, i partiti sovranisti hanno capito che il fine essenziale della loro lotta politica nel 2019 sarà la conquista del potere a livello europeo perché solo in questo modo essi potranno scardinare il sistema dell’Unione e restituire, dal suo interno, la sovranità agli Stati nazionali.

I partiti tradizionali continuano ad agire con la vecchia logica secondo cui le elezioni europee sono un secondo turno delle elezioni nazionali, convinti che la sconfitta dei sovranisti in Europa suonerà la campana a morto dei nazionalismi a livello nazionale e consentirà loro di governare l’Unione europea così come hanno fatto in questi ultimi venti anni.

I sistemi elettorali proporzionali, che si accompagnano nella maggior parte dei paesi europei a liste uniche nazionali, facilitano questa logica perversa cosicché avremo alle elezioni europee un sistema piramidale con cinquecento partiti nazionali dai quali ne scaturiranno centocinquanta che cercheranno di ricomporre la vecchia geografia politica europea: PPE, S&D, ALDE, Verdi, GUE e tenere ai margini i tre gruppi euro-ostili orfani degli euroscettici britannici.

Secondo questa logica perversa, i partiti europei cercheranno di ripetere l’esercizio di apparente democrazia rappresentativa immaginato da Martin Schulz nel 2013 per conquistare la poltrona di presidente della Commissione europea usando il grimaldello dello Spitzenkandidat. Il grimaldello non funzionò alle europee del 2014 perché il PPE mantenne la maggioranza relativa di voti e seggi e fu così eletto Jean-Claude Juncker, imposto da Angela Merkel al Congresso di Dublino per bloccare la candidatura francese di Michel Barnier.

Il modello degli Spitzenkandidaten non funzionerà più nel 2019 perché né nel Consiglio europeo né nel Parlamento sarà possibile ricostituire l’accordo di potere fra popolari e socialisti e la frammentazione politica europea sarà ancora più grande che in passato.

I sovranisti, usciti rafforzati dal voto delle europee, approfitteranno di questa frammentazione per imporre un “governo” dell’Assemblea e dunque della Commissione secondo il modello dei governi bulgaro o austriaco e cioè un’alleanza fra popolari ed estrema destra con l’obiettivo di demolire l’Unione europea.

Tommaso Padoa Schioppa aveva intuito nel 1998 i rischi di un sistema di selezione del Presidente della Commissione fondato sulla scelta del candidato proposto dal partito a maggioranza relativa e aveva saggiamente suggerito un sistema di coalizioni, da costituirsi prima e non dopo le elezioni europee.

Per vincere la battaglia europea contro i sovranisti dobbiamo tornare alla linea di divisione suggerita dal Manifesto di Ventotene nel 1941 con una coalizione di movimenti che indirizzi le forze popolari verso la creazione di una solida Comunità federale anteponendo alla scelta del candidato alla presidenza della Commissione la condivisione di un programma per la legislatura (che dovrà essere costituente) fondato su alcuni elementi essenziali legati a beni pubblici a dimensione europea: lo stato di diritto, l’eliminazione delle diseguaglianze, il governo dei flussi migratori e la politica di accoglienza, lo sviluppo sostenibile, la sicurezza esterna e interna, il governo democratico dell’economia e della moneta, un’identità multilivello, una politica fiscale europea, una cittadinanza federale.

La scelta del candidato alla presidenza della Commissione potrebbe avvenire attraverso primarie di coalizione in tutti i paesi europei sulla base del programma condiviso per la legislatura rendendo così realmente democratico e partecipativo il processo di formazione del governo dell’Unione.

Pier Virgilio Dastoli - Presidente 
19 settembre 2018

 

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