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14-20 March 2022

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Friday 18 March

 

 

 

 

 

 

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NON C’È PIÙ TEMPO!

‘Non c’è più tempo’ sembra essere il vero messaggio lanciato dal Consiglio europeo di Versailles lo scorso 10-11 Marzo.

Le principali indicazioni emerse dal vertice sono state in sintesi il rafforzamento della capacità di difesa europea, la necessità di una pronta riduzione della dipendenza energetica (e alimentare) dell’Unione da paesi terzi e la costruzione di una solida base economica. Queste indicazioni saranno il presupposto per presentarsi realmente uniti difronte ad un contesto mondiale in forte evoluzione, il cui equilibrio non appare ancora definito e chiaro. Occorre dunque essere in grado di dimostrare nei fatti che la sovranità europea non è più solo una speranza o uno slogan o una semplice dichiarazione di intenti, ma una realtà.

Per raggiungere questo obiettivo però è indispensabile affrontare anche alcune questioni fondamentali. La prima - e più essenziale - è come reperire le risorse finanziarie necessarie senza le quali il raggiungimento degli obiettivi non è scontato soprattutto in tempi brevi, la seconda è una politica fiscale europea, oltre al completamento dell’unione bancaria e del mercato dei capitali, quali basi necessarie al rafforzamento economico.

Inoltre, come sostiene il Pres. Draghi è indispensabile ‘riconsiderare l’aspetto regolatorio’ di Bruxelles ormai non più adeguato all’attuale situazione economico-sociale, intervenendo sugli aiuti di stato e sul patto di stabilità per ora sospeso fino al primo gennaio 2023. Su questi due punti la Commissione dovrà presentare una proposta al prossimo Consiglio Europeo.

Sicuramente sono stati fatti dei passi importanti, ma è opportuno fare alcune considerazioni.  In particolare, occorre tener conto dell’impatto delle sanzioni decise dall’Unione europea alla Russia. Queste molto probabilmente sono destinate a continuare nel tempo e ad avere un effetto (non positivo) sulle economie europee, le quali sono ancora non completamente stabilizzate dopo la recente crisi pandemica malgrado il forte sostegno finanziario del NextGenerationEU (NGEU). Questo boomerang economico di cui già possiamo sentire gli effetti in termini di aumento dei prezzi dei prodotti energetici e dell’inflazione potrebbe causare all’interno dell’Unione tensioni economico-sociali, in grado di minare la strada dell’unità europea, tensioni, che bisognerà essere pronti ad affrontare ben consapevoli del fatto che quel benessere sociale ed economico auspicato, non potrà facilmente essere raggiunto e garantito almeno nel breve periodo. 

Inoltre, nel riorientare gli approvvigionamenti energetici (e alimentari), l’Unione Europea dovrà considerare il contesto mondiale, dove si preannunciano cambiamenti negli equilibri tra potenze/alleanze, dovuti a diversi fattori quali aumento della popolazione e quindi dei consumi, aumento del PIL di alcuni Stati, scarsità di risorse, ecc. Non siamo certi che nella nuova riorganizzazione mondiale, l’occidente ed in particolare l’UE potrà mantenere il suo ruolo e la sua posizione economica, tecnologica e strategica.  Sarà quindi ancora più necessario essere pronti e resilienti nell’affrontare crisi sempre meno improntate alla cooperazione tra paesi, quanto piuttosto suscettibili di generare conflitti spaventosi e distruttivi, come quello che stiamo vivendo.

In questo contesto in evoluzione e non ancora ben definito, sarà quindi essenziale che l’Europa oltre alla resilienza, sviluppi un ruolo autonomo di mediatore e facilitatore di dialogo tra diverse posizioni che si verranno a delineare.  

Questa neonata unità europea, che sicuramente rappresenta un notevole passo in avanti nel progetto di integrazione europea, è quindi non solo molto fragile perché soggetta a forti sollecitazioni esterne ed interne, ma ha anche difronte a sé un compito non facile. 

Inizia ad essere ben chiaro a tutti quindi che ‘non ci sono rimaste più alternative possibili rispetto a quella di unirci per poter giocare in un prossimo futuro un ruolo che punti a risolvere ogni tipo di conflitto con dialogo e cooperazione. E questo è forse un secondo messaggio (anche se nascosto) del Vertice di Versailles.  

Anna Maria Villa

 

 

 

 

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#STOPTHEWARINUKRAINA

Di fronte all’immane tragedia umanitaria che sta avvenendo dalla notte del 24 febbraio in Ucraina, provocata dall’illegale invasione militare decisa da Vladimir Putin, il primo obiettivo della comunità internazionale e dell’Unione europea deve essere una tregua con l’immediata cessazione dei bombardamenti e delle ostilità in particolare nei confronti della popolazione civile.   

Il Movimento europeo sa che la strada della tregua è impervia: a oggi tutti i tentativi di dialogo si sono fermati davanti alla proterva volontà di Vladimir Putin di conquistare Kyiv, far cadere il governo di Volodymyr Zelens’kyi e sostituirlo con un governo fantoccio per avviare la “denazificazione del paese”.   

Per ora questo dialogo si è scontrato con il muro invalicabile dell’aggressore e in questo ha forse avuto un’influenza il fatto che la maggior parte dei leader stanno - giustamente - dalla parte dell’aggredito.  

La comunità internazionale e l’Unione europea devono tuttavia tentare ancora questa strada con tutti i mezzi a loro disposizione: il dialogo con Vladimir Putin deve continuare nonostante tutto per imporre prioritariamente il “cessate il fuoco”.   

Il Movimento europeo ha già proposto di percorrere anche altre strade come quelle previste dallo statuto delle Nazioni Unite e in particolare dal suo capitolo VII che autorizza sia il Consiglio di sicurezza con una maggioranza di nove membri su quindici (ma con il diritto di veto dei membri permanenti: Russia, Cina, Stati Uniti, Francia e Regno Unito) che l’Assemblea generale in seduta straordinaria con una maggioranza dei 2/3 “in caso di stallo nel Consiglio di sicurezza” a decidere misure di peace enforcement che precedono gli interventi di peace keeping.   

Si tratta delle “Forze internazionali di pace” che avvengono dal 2008 sulla base del documento “United Nations Peacekeeping Operations: Principles and Guidelines”.  

Il vicepresidente della Verkhnova Rada (il Parlamento ucraino), Oleksandr Korniyenko, ha chiesto in effetti il 3 marzo il dislocamento di una missione di peace keeping sul territorio ucraino lanciando un appello alle Nazioni Unite per una mediazione che fermi la guerra.

Il Movimento europeo sa anche – e non sottovaluta evidentemente questo aspetto essenziale – che l’intervento di queste forze non è mai avvenuto quando c’è stato il veto di uno dei membri permanenti del Consiglio di sicurezza.

Sappiamo anche che queste forze sono normalmente composte da militari che provengono da paesi che non fanno parte né della NATO né del gruppo (che in occasione della risoluzione dell’Assemblea generale che ha condannato l’aggressione russa all’Ucraina si è ridotto a quattro paesi) di chi sostiene il regime di Vladimir Putin.   

Nel corso dei molti interventi di peace enforcement e di peace keeping, la maggioranza dei militari è stata offerta dal Pakistan, dal Bangladesh, dall’India, dal Nepal, dalla Giordania, dall’Uruguay, dal Ghana, dalla Nigeria anche se si conta la partecipazione di molti militari italiani e francesi e che sarebbero quindi in larga maggioranza in una posizione di relativa neutralità fra l’aggressore e l’aggredito.   

Il Movimento europeo ricorda che nel novembre 1950 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite - in seduta straordinaria e per superare i possibili veti nel Consiglio di sicurezza dei membri permanenti – approvò la risoluzione 377AUniting for peace” che autorizzava la stessa Assemblea generale a adottare a maggioranza qualificata delle misure di peace enforcement o di peace keeping ma che questa risoluzione non è stata mai applicata.   

Sebbene essa non sia diventata diritto consuetudinario e la sua legittimità sia stata contestata, dare voce all’Assemblea generale avrebbe oggi un significato e un motivo dell’ autorevolezza dell’istituzione internazionale e dell’aver già essa adottato a larga maggioranza con 141 voti favorevoli, 5 contrari e 35 astensioni una risoluzione di condanna dell’aggressione russa dell’Ucraina.   

Il Movimento europeo auspica che i 35 paesi che si sono astenuti sulla menzionata risoluzione di condanna e l’Unione europea chiedano con urgenza la convocazione di una nuova Assemblea generale straordinaria che esiga una tregua immediata e che riapra la discussione sulla risoluzione 377A del 1950.   

Questa strada è evidentemente irta di ostacoli ma l’immane tragedia umanitaria deve spingere la comunità internazionale a tentare di intraprendere anche le strade più impervie.

In questo spirito, appare importante il ruolo che potrebbe essere svolto dall’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) e l’attualizzazione degli Accordi di Minsk del 2014 e del 2015, finora mai applicati da Russia e Ucraina, che dovrebbero essere messi sul tavolo del negoziato diplomatico su iniziativa della stessa OSCE in cooperazione con l’Unione europea.

Contemporaneamente a questo tentativo di appeasement devono proseguire le iniziative coercitive di isolamento del regime di Vladimir Putin a cominciare dalle sanzioni economiche e finanziarie, dagli aiuti umanitari ma anche militari all’Ucraina sapendo che il conflitto “freddo” con la  Russia non è contro il popolo russo ma contro il nuovo “Zar” al potere.   

Fra le misure coercitive il Movimento europeo condivide le dieci proposte pubblicate il 10 marzo 2022 su Libération da Bernard Henri Levy, Sean Penn, Salman Rushdie e Sting che iniziano con la richiesta alla giustizia internazionale di esaminare tutte le procedure legali utili ad incolpare Vladimir Putin e i suoi generali per crimini di guerra.  

D’altra parte un collettivo di personalità internazionali ad iniziativa del parlamentare europeo Pierre Larrouturou -  fra cui Marek Belka, già primo ministro della Polonia, Iratxe Garcia Pérez, presidente del gruppo S&D al PE, Andrius Kubilius, già primo  ministro della Lituania, Paul Magnette, presidente del Partito Socialista Belga, Borys Tarassiuok, rappresentante permanente dell’Ucraina al Consiglio d’Europa, e Guy Verhofstadt, già primo ministro belga – hanno avvertito su Le Monde il 15 marzo 2022[1] che “i criminali della guerra in Ucraina devono sapere che non avranno tregua fino a quando saranno vivi” e che “tutti gli Stati possono perseguire ogni criminale di guerra e ogni complice che si trova sul suo territorio e chiedere la sua estradizione se sono cittadini di paesi terzi…esercitando la loro competenza universale come è stato deciso dalla giustizia tedesca e quella spagnola l’8 marzo”.

Il Procuratore della Corte Penale Internazionale, Karim Kahn, ha già avviato il 2 marzo un’inchiesta che potrebbe ottenere il sostegno di Eurojust mentre la Germania, la Spagna, il Regno Unito, l’Estonia e la Lettonia hanno già aperto dei dossier per crimini di guerra e contro l’umanità.

All’inchiesta avviata dal Procuratore della Corte Penale Internazionale si è aggiunto il 16 marzo l’ordine della Corte di Giustizia dell’Aja – con tredici voti favorevoli e i voti contrari dei giudici russo e cinese – alla Russia di interrompere con effetto immediato tutte le operazioni militari in Ucraina.

Spetta alle organizzazioni umanitarie e non governative che agiscono in Ucraina e nei paesi vicini di raccogliere prove dei crimini che si stanno perpetrando sul suolo della Repubblica ucraina per inviarle al Procuratore della Corte Penale Internazionale costituendo rapidamente una coalizione internazionale e arricchendo la pagina internet creata ad hoc dall’Ucraina.

#putinwarcrimes. 

Secondo il giurista franco-britannico Philippe Sanders - che ha lanciato un appello insieme all’ex primo ministro britannico Gordon Brown - la strada più rapida ed efficace per l’incriminazione di Vladimir Putin dovrebbe essere invece la creazione di un Tribunale speciale per giudicare i crimini d aggressione e di minaccia alla pace sulla base della Carta delle Nazioni Unite che impone agli Stati membri di astenersi “nelle loro relazioni internazionali di ricorrere alla minaccia o all’impiego della forza sia contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di ogni Stato”.   

Il Movimento europeo ritiene anche che debba essere avviata una campagna internazionale per denunciare la repressione della libertà e dei diritti fondamentali in Russia a partire da un “j’accuse” sui crimini compiuti negli ultimi venti anni da Vladimir Putin e dal suo regime.   

Occorre inoltre avviare una campagna di informazione rivolta al popolo russo, al mondo della cultura, dell’accademia, dell’arte, della scienza e dello sport insieme alle organizzazioni internazionali non governative a cui aderiscono associazioni russe usando gli spiragli di intervento che sono ancora possibili attraverso i media e gli strumenti dei social che non sono stati ancora oscurati dal regime esprimendo una solidarietà fattiva nei confronti di tutti coloro che in Russia hanno manifestato contro l’aggressione dal 24 febbraio e costituendo una coalizione di giuristi, avvocati e magistrati internazionali che sostenga la difesa di tutti gli arrestati.

#freedomfortheRussianarrested.   

Il Movimento europeo propone che l’Unione europea prenda l’impegno di tradurre in russo e in ucraino il “Manifesto di Ventotene”  di Ernesto Rossi e Altiero Spinelli con la prefazione di Eugenio Colorni – che già esiste nelle ventiquattro lingue ufficiali europee e in arabo - insieme a Zum ewigen Frieden: Ein philosophischer Entwurf (Per la pace perpetua) di Immanuel Kant, e di farli pervenire clandestinamente all’opposizione russa e a ai membri della Verchovna Rada (il Parlamento ucraino) indicando che la strada da percorrere è quella della pace internazionale e del superamento delle sovranità assolute degli Stati-nazione.   

Mentre si avvia la procedura per rispondere alla domanda del governo ucraino per lo status di “paese candidato” insieme alla Georgia e alla Moldavia, il Movimento europeo sostiene nuovamente che si debbano creare rapidamente le condizioni per una autonomia strategica europea nei settori dell’energia e della difesa e aprire il cantiere della riforma dell’Unione europea per andare al di là del Trattato di Lisbona sulla base dei risultati della Conferenza sul futuro dell’Europa e costruire una unione politica secondo un modello federale partendo dal ruolo costituente del Parlamento europeo che sarà eletto nel 2024.  

L’Unione europea deve usare tutti  gli strumenti previsti dall’accordo di associazione con l’Ucraina entrato in vigore nel 2017 sia rafforzando gli aiuti umanitari sia prevedendo – nella prospettiva che si interrompa presto l’aggressione armata della Russia – un piano straordinario di ricostruzione e di peace building che aiuti l’Ucraina ad avviare dopo la guerra le riforme interne per contribuire al rispetto dei criteri di Copenaghen e dell’articolo 49 del Trattato sull’Unione europea indispensabili in vista di una futura adesione.   

Come è avvenuto nel 1950 fra paesi europei che si sono combattuti per decenni e che hanno trovato nella dimensione comunitaria la via della cooperazione e della pace per il benessere dei loro cittadini, la fine della guerra – alle condizioni che qui il Movimento europeo ha  qui riassunto – dovrà permettere la convocazione di una Conferenza europea per la pace e la sicurezza sul modello degli accordi di Helsinki del 1975 e su iniziativa dell’Unione europea e dell’OSCE, una Conferenza che potrebbe contribuire al rilancio dei negoziati per la riduzione e il controllo degli armamenti le cui dimensioni in termini finanziari – dieci volte superiori alla spesa per la cooperazione allo sviluppo – sono foriere di conflitti, miserie, distruzioni e sofferenze.  

Bruxelles-Roma 17 marzo 2022

 

[1] Art. Le Monde 15/3/2022 (italiano)

Art. Le Monde 15/3/2022 (francese)

coccodrillo

 

 

 

 

 

 

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